domenica 22 febbraio 2015

La Storia Infinita - La frase dell'Auryn e il suo significato



Uno degli aspetti che ha spesso creato equivoci del romanzo La Storia Infinita (1979) di Michael Ende, è la frase "fa' ciò che vuoi" - assente nel film diretto nel 1984 da Wolfgang Petersen - scritta sul retro dell'Auryn, il medaglione magico appartenente al mondo di Fantàsia, composto dalla raffigurazione di due serpenti che si mordono le code. Si coglie dunque l'occasione per fare chiarezza su quella frase, riportandone le fonti di ispirazione e l'interpretazione fornita dallo stesso Ende, che vanno ad aggiungersi a quanto già scritto nel confronto tra il libro e il film di Petersen.



Il libro Storie Infinite (Rubbettino, 2010), curato da Saverio Simonelli e già citato nel blog (vedi qui), contiene una lettera che Ende scrisse a un lettore in risposta ad alcune obiezioni rivolte al suo libro, incentrate sulla già citata frase dell'Auryn. Nella lettera, l'autore tedesco rivelò innanzitutto l'opera a cui attinse per l'ideazione di quella frase:
Una frase che deriva dal libro Gargantua e Pantagruel di Rabelais [riferimento a François Rabelais (1494-1553)], scrittore francese contemporaneo e collega nella professione medica di Michel Nostradamus, che fu probabilmente anche suo amico. Rabelais desiderava semplicemente scrivere un libro che pullullasse di situazioni comiche e grossolane allo scopo di rincuorare i suoi pazienti; oggi, però, noi lo possiamo tranquillamente definire come uno dei più grandi classici della letteratura fantastico-umoristica di tutti i tempi. Nella seconda parte del libro, Pantagruel, il principe gigante col suo assai ameno seguito, giunge in un monastero chiamato Thelema, in cui uomini e donne vivono sotto lo stesso tetto. L'unica regola del monastero è: "Fa' ciò che vuoi". Neanche Rabelais però è stato il primo a coniare quest'espressione, che si può trovare, molti anni prima di lui, negli scritti di sant'Agostino [Aurelio Agostino (354-430), vescovo di Ippona], il quale, alla domanda su cosa si dovesse fare per guadagnarsi la vita eterna, risponde: "Ama Dio e fa' ciò che vuoi". Non si sa con esattezza da dove l'abbia tratta. Probabilmente da antiche fonti che mi sono sconosciute. Mi sembra però che questa frase percorra l'intera storia dell'Occidente come una sorta di pendant a quell'altra altrettanto nota Gnōthi seautón [traduzione dal greco antico: "conosci te stesso"; queste parole sono incise sul tempio, dedicato al dio Apollo, che si trova a Delfi, in Grecia]. Potrebbe anche darsi che fossero legate l'una all'altra: conosci te stesso e fa' ciò che vuoi (cfr. pag. 21).

L'Auryn presente sulla copertina del libro,
dal film di Wolfgang Petersen
Dopo aver rivelato le opere in cui quella frase era già stata usata, Ende ne spiegò la funzione in La Storia Infinita:

Vorrei una volta per tutte chiarire che tale frase per me non rappresenta in nessun modo una regola di vita. Ne La Storia Infinita ha valore, come credo, soltanto nel suo luogo di pertinenza e cioè a Fantàsia, il regno dell'immaginazione, dell'arte, della poesia, del sogno. Questo regno, come si sa, è al di là della morale e in esso, come è stato più volte ripetuto, il bene e il male sono simili e sono in egual misura necessari. Non avrebbe senso giudicare i sogni con il metro del valore morale, così come non avrebbe senso rifiutare nelle opere di Shakespeare personaggi demoniaci come Jago o Lady Macbeth. Fantàsia esiste, per così dire, per dare la possibilità di sognare anche i più terribili tra i sogni. Per tornare nella realtà esteriore, nel mondo dei suoi simili, il mio protagonista deve riporre questo simbolo del potere e insieme anche la massima che ci sta scritta sopra. Soltanto grazie a questa rinuncia volontaria troverà la strada del ritorno: attraverso la rinuncia al "fa' ciò che vuoi", Auryn, cioè il medaglione, si trasformerà in una porta che dà sul mondo dei suoi simili (cfr. pag. 22).

Riflettendo su quanto scritto da Ende in questa sua lettera e da quanto si legge nel corso della Storia Infinita, la frase "fa' ciò che vuoi" si potrebbe interpretare come un'allusione al potere creativo in possesso di un autore durante l'ideazione di un qualsiasi tipo di opera artistica, momento in cui un autore ha davvero possibilità illimitate, tra le quali però deve effettuare delle scelte per iniziare, sviluppare e portare a compimento la propria opera, in modo da poter poi tornare a vivere nel mondo reale, il vero mondo a cui ognuno di noi appartiene. Come rivelato nel capitolo XXIII del libro, in cui Bastian visita la "Città degli Imperatori" popolata da folli individui (i "Nulladicenti"), Fantàsia può divenire per un essere umano una prigione da cui non vuole o non riesce più a fuggire, perdendo la propria identità e il contatto con la realtà che lo circonda, come spiegato dalla scimmietta Argax, "guardiana" di quella città: "Puoi continuare ad avere desideri fintanto che ti ricordi del tuo mondo. (...) Per loro nulla può cambiare, perché loro stessi non possono più cambiarsi" (cfr. pag. 373-374 de La Storia Infinita). Come ammesso dallo stesso Ende (vedi qui), l'idea alla base del romanzo è infatti quella della "caduta" di un ragazzo nella storia che sta leggendo, dalla quale difficilmente riuscirà ad uscirne.



Sebbene il libro sia stato pubblicato nel 1979, questa chiave di lettura è più che mai attuale se si pensa al fenomeno sociale degli hikikomori o a quello di altre problematiche psicologiche che spingono le persone a preferire il fittizio mondo virtuale - dove si può fingere sulla propria identità psico-fisica, oppure avventurarsi in interminabili giochi on-line -, a quello della realtà - dove invece ciò che si è realmente, non lo si può nascondere per sempre -. È questo percorso di accettazione di sé e del proprio aspetto esteriore ad essere compiuto dal Bastian del libro, ragazzino molto diverso dall'attore (Barret Oliver) che lo interpreta nel film, essendo infatti grasso e con le gambe arcuate, caratteristiche che, insieme alla morte della propria madre, contribuiscono a renderlo insicuro, timido, chiuso in se stesso e vulnerabile agli attacchi psico-fisici di alcuni suoi coetanei, definibili come "atti di bullismo".

Si tratta dunque di ulteriori aspetti che contribuiscono ad arricchire il valore del romanzo di Michael Ende, rendendolo ancora oggi molto attuale e, proprio per questo, una lettura fortemente consigliata anche alle nuove generazioni di ragazzini e adolescenti di tutto il mondo.

N.B. Riguardo alla scelta di Barret Oliver come interprete di Bastian, si rimanda a questo articolo del blog, in cui vengono approfondite le peculiarità del film di Wolfgang Petersen.

2 commenti:

  1. Articolo stupendo!
    Io questa frase la estenderei però ad ogni campo della vita, sempre nel rispetto delle rgole ci mancherebbe, ma in ogni campo.

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