mercoledì 3 luglio 2013

Karen Silkwood - La sindacalista che voleva denunciare i rischi del nucleare



La notte del 13 novembre 1974 Karen Gay Silkwood, una ventottenne operaia e sindacalista in una fabbrica dell’Oklahoma di materiale radioattivo per centrali nucleari, muore a causa di un incidente stradale. Sulla sua auto si trova un’importante documentazione raccolta dalla donna all’interno dello stabilimento in cui lavora, che testimonia problemi, gravi rischi per la salute, strategie per aggirare norme di sicurezza e negligenza nella gestione dell’impianto nucleare da parte della potente compagnia Kerr-McGee. Karen sta viaggiando da sola per consegnare tutti i documenti a un giornalista del New York Times e a un sindacalista di Washington, ma lungo il tragitto si verifica l’incidente e, all’arrivo dei soccorsi, quella documentazione scompare.


Si apre così il “caso” Silkwood, riferito a una donna accusata dalla società per cui lavorava, di aver volontariamente contaminato sé stessa (condannandosi quindi a morte, per via delle radiazioni) e la sua casa con il plutonio – elemento chimico che, insieme all’uranio, Karen maneggiava alla centrale –, in modo da avere un pretesto con cui danneggiare la sua azienda e provocarle problemi legali.


I rapporti tra Karen e la sua ditta erano molto difficili, e proprio per questo i suoi cari e alcuni suoi conoscenti temono che essa non sia morta per un semplice incidente, ma che sia stato qualcuno a provocarle quel mortale sinistro stradale (il retro della sua macchina risulta danneggiato, suscitando l’impressione che un’altra auto l’abbia spinta fuori strada) e a contaminarla col plutonio. La vicenda attira l’interesse dei mass media, dando origine a diversi libri d’inchiesta – inediti in Italia –, di cui il più celebre è The Killing of Karen Silkwood – The Story Behind The Kerr-McGee Plutonium Case [“L’omicidio di Karen Silkwood – La storia dietro il caso del plutonio della Kerr McGee”], di Richard L. Rashke, pubblicato nel 1981 e, in versione ampliata, nel 2000. Ma è soprattutto il film Silkwood (1983) di Mike Nichols a far conoscere all’opinione pubblica internazionale la vicenda di questa sindacalista. Ad interpretarla sul grande schermo è Meryl Streep, che così l’ha descritta: “Karen Silkwood ha dimostrato un’incredibile audacia compiendo qualcosa che sembrava impossibile. Quelli di noi che l’hanno conosciuta per via della sua attività sindacale o della storia della sua lotta narrata dal film Silkwood, saranno sempre scossi dal suo coraggio”.


Il film inizia mostrando la routine di Karen e dei suoi coinquilini Drew Stephens e Dolly Pelliker, composta dalla partenza per recarsi all’impianto della Kerr-McGee dove tutti e tre lavorano svolgendo tre mansioni distinte, dall’attività lavorativa vera e propria che prevede controlli quotidiani per verificare un’eventuale contaminazione radioattiva, dai momenti di distensione serale nella casa isolata dove i tre vivono, dai weekend in cui Karen va a trovare i suoi tre figli assegnati in affidamento al suo ex marito e alla sua nuova compagna in Texas. Karen, nonostante la giovane età e il suo carattere allegro e socievole, è dunque già madre e divorziata. Inoltre, convive già col suo nuovo compagno Drew, e con Dolly, una ragazza lesbica. Karen è anche una fumatrice incallita, che fa uso di alcolici e spinelli insieme ai suoi coinquilini, il che non fa di essa la classica eroina, ma piuttosto una donna vera, la cui personalità contiene sia difetti, sia pregi.

Poco alla volta Karen scopre i lati oscuri e pericolosi di quell’impianto nucleare dove lavora da quasi due anni, come un’operazione notturna volta allo smantellamento illegale di un camion (sul quale non sono stati fatti i controlli legali previsti) contaminato dalle radiazioni, che viene ridotto in tanti piccoli pezzi messi dentro a dei sacchi e poi sepolti in un luogo sconosciuto, effettuando così uno smaltimento illegale e pericoloso di rifiuti tossici, purtroppo comune anche all’attuale situazione italiana, dove materiale altamente nocivo per la salute come l’amianto, è spesso sepolto in campi agricoli o nei pressi di centri urbani.

Un altro evento che turba Karen è la chiusura per un giorno della fabbrica dovuta a una fuoriuscita improvvisa di materiale radioattivo nel suo reparto e alla conseguente necessità di procedere alla decontaminazione. Parte dei suoi colleghi e della dirigenza la ritengono addirittura responsabile di quella dispersione di radioattività (“Karen la compagnia deve incolpare qualcuno, altrimenti la colpa è loro”, le spiega un suo collega sindacalista), poiché essa non era riuscita a trovare una sostituzione al suo turno lavorativo previsto per il giorno in cui doveva recarsi dai suoi figli in Texas.



A scuotere ulteriormente la giovane è la procedura di decontaminazione a cui una sua collega più anziana, Thelma, è costretta a sottoporsi, poiché risultata positiva alle radiazioni. Thelma viene condotta nel reparto sotterraneo dello stabilimento, dove la spogliano di tutto ciò che indossa (inclusa la sua parrucca) per effettuarle una doccia calda in tutto il corpo, raschiandole con forza la pelle con una spazzola per toglierle la radioattività. Karen la vede mentre è sotto la doccia e la sente gridare dal dolore infertole da quel trattamento. Thelma singhiozza perché pensa di aver contratto il cancro e a nulla servono le rassicurazioni del medico addetto alla decontaminazione, poiché esso viene descritto dalla donna come un “veterinario” privo di competenza in materia di radiazioni. Fino a quel momento Karen e i suoi colleghi ricorrevano al termine gergale “cotto” (“cooked” in originale) per indicare qualcuno o qualcosa contaminato dalle radiazioni, ma dopo aver visto Thelma in quelle condizioni, la giovane inizia a rendersi seriamente conto del pericolo delle radiazioni e di quanto sia umiliante e doloroso subire la decontaminazione.

Dopo aver subito personalmente la terapia decontaminante, Karen legge un libro inviato dal Comitato sindacale di Washington a lei e a tutti i suoi colleghi, ma che (come spesso accade per qualsiasi tipo di documentazione sindacale fornita a un lavoratore dipendente) nessuno di loro ha mai letto. Dal libro apprende che “tutta quella roba sui livelli limiti accettabili” di esposizione alle radiazioni “sono tutte stronzate”, che “il plutonio fa venire il cancro” e provoca dei “danni genetici” come difetti fisici e mentali, trasmettibili anche ai figli. Oggi tutto ciò può sembrare assurdo, ma nei primi anni ’70 la conoscenza in materia di pericolosità di elementi come il plutonio o delle radiazioni era davvero molto scarsa anche per i lavoratori di una fabbrica di materiale per centrali nucleari – nel film viene spiegato come negli opuscoli informativi rilasciati dalla Kerr-McGee ai suoi dipendenti, non venga mai menzionato il rischio cancro –, proprio come ci sono voluti decenni prima di accorgersi dei rischi che correva chi lavorava con l’amianto o con l’Eternit, materiali altamente cancerogeni.


Colpita da tutto ciò e dal suo trasferimento coatto a metallografia, Karen entra a far parte del comitato sindacale della fabbrica, l’OCAW (Oil, Chemical and Atomic Workers Union). In quel momento la Kerr-McGee – alla quale si prospetta un fatturato annuo di oltre un miliardo e mezzo di dollari – sta per sottoporre ai propri dipendenti un referendum atto a chiedere loro se vogliono o meno che sia ancora presente un sindacato all’interno dello stabilimento. La ditta vuole eliminare il sindacato per poter fare quello che vuole coi propri dipendenti, senza rispettarne la salute e imponendo loro lo straordinario come atto normale, in modo da incrementare ulteriormente i propri guadagni.

Insieme a due suoi colleghi sindacalisti, nell’estate del ’74 Karen va a Washington per una riunione del comitato sindacale nazionale con la commissione per l’energia atomica (AEC: Atomic Energy Commission). In quest’occasione Karen parla all’AEC dell’alterazione delle radiografie del materiale componente le barre di contenimento per i reattori di una centrale nucleare in fase di collaudo, compiuta per nasconderne i difetti. L’AEC le chiede di procurarsi tutta la documentazione che possa dimostrare la negligenza della Kerr-McGee. Dal settembre ’74 fino alla sua morte, Karen, superando ogni previsione, resistendo al mobbing di molti dei suoi colleghi – i quali ritengono che, con le sue indagini, Karen rischi di lasciare tutti loro senza lavoro –, sopportando anche l’abbandono di Drew che lascia lei e il suo lavoro alla Kerr-McGee, riesce a farcela svolgendo contemporaneamente il suo lavoro e le sue indagini, raccogliendo informazioni su misteriose scomparse di plutonio, su gravi incidenti avvenuti al personale delle pulizie (quello più esposto al rischio contaminazione) e le prove delle alterazioni alle radiografie delle barre.

Il 5/11/’74 Karen risulta nuovamente positiva alle radiazioni e subisce ancora il trattamento nelle docce decontaminanti. Lo subisce anche il giorno seguente poiché nuovamente positiva (evento assente nel film) e anche il giorno dopo ancora, il 7/11, quando si scopre che anche la sua casa è contaminata dal plutonio. A causa delle radiazioni, tutto ciò che si trova nella sua abitazione deve essere portato via e distrutto, incluse le foto dei suoi figli. Dolly è condotta altrove, mentre a Karen viene detto che è contaminata gravemente anche all’interno del suo corpo, per poi chiederle di assumersi la completa responsabilità di quanto accaduto, forzandola ad affermare di aver contaminato volontariamente sé stessa e la sua casa allo scopo di danneggiare la Kerr-McGee. Karen si rifiuta di fare una simile dichiarazione, fugge in lacrime e raggiunge l’appartamento di Drew, informandolo di quanto accaduto. La sera del 13/11/’74, uscita da una riunione sindacale, Karen parte in auto per l’atteso incontro col giornalista del New York Times, ma durante il viaggio muore in un incidente stradale e la documentazione da lei raccolta scompare. Qui si ferma il film che ci informa che la sua morte venne giudicata dalle autorità come un normale incidente, dovuto probabilmente a un mix di tranquillanti e alcolici (colpevoli di averle causato un colpo di sonno), che le vennero trovati nel sangue. Il film, infine, rende noto che l’anno seguente, il ’75, viene chiusa la fabbrica in cui lavorava Karen, a cui bisogna aggiungere che il processo di decontaminazione dell’impianto (che, come sostenuto da Karen, non era a norma) dura ben 25 anni.


Quello che il film non narra, è la successiva battaglia legale tra il padre di Karen e la Kerr-McGee iniziata nel marzo del ’79, lo stesso mese in cui esce nei cinema statunitensi il film Sindrome Cinese (l’uscita avviene il 16/3/’79), incentrato su un ipotetico incidente a una centrale nucleare – i cui dirigenti vogliono coprire in ogni modo, giungendo a uccidere e a definire ai media “un folle ubriaco” il tecnico che voleva denunciarlo pubblicamente –, e in cui avviene l’incidente alla centrale nucleare di Three Mile Island (28/3/’79). La concatenazione dei tre eventi (il processo, l’uscita del film e l’incidente), contribuisce a denunciare con forza all’opinione pubblica degli USA i rischi del nucleare, dando un importante contributo alla diffusione dei movimenti contrari a questa forma di energia.

Il processo contro la Kerr-McGee è lungo e difficile, ma il padre di Karen può contare sulle testimonianze in difesa della figlia e sull’autopsia effettuata sul corpo di essa, in cui si certifica che Karen fosse stata mortalmente contaminata dal plutonio. La Kerr-McGee perde in tutti e tre i gradi di giudizio (terminati alla Corte Suprema nell’84) ed è costretta a risarcire una somma multi-milionaria (il totale previsto è di 10.505.000 dollari) alla famiglia Silkwood, poiché i giudici ritengono che la contaminazione col plutonio sia dovuta alla normale attività lavorativa che Karen svolgeva nella fabbrica, e non ad una sua scelta di auto-contaminarsi come sostenuto dalla ditta.


La vittoria dei Silkwood al processo costituisce un importante e storico contributo per la tutela dei lavoratori nel settore nucleare, rappresentando simbolicamente il raggiungimento degli obiettivi che Karen si era prefissata per tutelare la salute di sé stessa e dei propri colleghi che lavoravano in quella fabbrica, nonché di tutti coloro che lavorano a contatto con materiale radioattivo.

In questi giorni in cui discutiamo del nucleare per via del referendum del 12-13 giugno 2011, è dunque importante ricordare la vicenda di Karen Silkwood, dato che il nucleare in Italia andrebbe a scontrarsi con una situazione lavorativa disastrosa, fatta di estensione del precariato, di cassa-integrati, di forti discriminazioni verso donne, giovani e extracomunitari, e di grandi ditte che sempre più negano i diritti ai propri lavoratori, comportandosi in modo arrogante e autoritario con essi. Affinché la morte di Karen non sia stata vana, è essenziale non dimenticare mai la sua grinta e determinazione nel dimostrare la possibilità che ha di contrarre il cancro chiunque lavori con materiale radioattivo in condizioni di non completa sicurezza, dettate da una grande ditta desiderosa di fare affari a scapito della salute dei propri dipendenti.


N.B. Prima pubblicazione: maggio 2011 sul sito www.ilcapoluogo.it

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