lunedì 26 maggio 2014

Christiane F., l'intervista italiana del 1981




Nel novembre del 1981, in occasione del lancio del film Christiane F. - Noi, i ragazzi dello Zoo di Berlino (1981) di Ulrich "Uli" Edel, la vera Christiane venne a Roma per parlare di sé, del suo libro e del lungometraggio, ma finì per concedere una sola intervista, pubblicata mercoledì 11 novembre sul quotidiano La Repubblica, all'interno di un articolo intitolato "La ragazza dell'eroina accanto" (pag. 20, sezione "Spettacoli"), firmato da Anna Maria Mori.


Christiane F. nel 1978
A corredo dell'articolo, in alto, vi sono un paio di foto di scena del film di Edel e, al centro, la foto scattata nel 1978 alla vera Christiane (è la foto qui a sinistra), pubblicata sul settimanale tedesco Stern nell'autunno di quello stesso anno in una delle puntate del reportage di Kai Hermann e Horst Rieck, da cui poi derivò il libro dedicato ai ragazzi del Bahnhof Zoo di Berlino. Oltre alle sei colonne che compongono il testo vero e proprio dell'articolo della Mori, vi è un'introduzione collocata al centro di quelle colonne, in cui la giornalista spiega che la vera Christiane "in Germania, dal libro in poi, non ha parlato più: niente interviste, niente fotografie. In Italia è arrivat[a] l'altro ieri, ospite della distribuzione del film, per promuoverlo: un viaggio a Roma val bene un'intervista ("A Roma non sono mai stata, e di Roma voglio vedere tutto, ma più la spazzatura che i luoghi canonici delle guide turistiche"). Di interviste ne aveva promesse più d'una. Praticamente questa è la sola che ha dato a un giornale: la sera stessa del suo arrivo è sparita dall'albergo che la ospitava, lasciando un biglietto "I like Roma, I don't love sharks... Amo Roma, non amo i pescecani". I giornalisti, o gli addetti alla distribuzione del film?".
Come vedremo, nel corso dell'intervista la giornalista esorta Christiane ad esprimere opinioni politiche sulla sua vicenda e sul tema della droga, fatto che probabilmente non deve essere risultato gradito alla ragazza tedesca, come se ne deduce dalle sue dichiarazioni riportate nell'intervista. Va inoltre aggiunto come Christiane si sia fatta invece normalmente fotografare durante il tour promozionale statunitense del film di Edel, nel 1982. La foto sulla copertina del libro Noi, i ragazzi dello Zoo di Berlino (edizione 2006 della BUR, Rizzoli), inserita sotto al titolo di quest'articolo, venne appunto scattata durante la visita di Christiane negli USA.

Christiane F. negli USA (1982)
Il corpus principale dell'articolo-intervista della Mori inizia con l'introduzione della vera Christiane, descrivendone l'aspetto fisico e gli abiti: "Dicono, hanno detto, che forse lei non esiste: è un'invenzione a tavolino di due giornalisti tedeschi, Kai Hermann e Horst Rieck. "Da bin ich... eccomi qua".
È magrissima: il busto lungo, vestito da un vecchio pullover bianco lavato molte volte e un po' slabbrato. (...) E due occhi chiari, belli, pieni di curiosità e interesse, di voglia di ridere e sorridere, di vita. E dopo aver incontrato il vestito, il naso, i capelli, come incontri quegli occhi pensi a una mascheratura, a un travestimento, o alla storia di Jekyll e Hyde: qui ci sono due persone che si sovrappongono e si sopraffanno, di volta in volta l'un l'altra, e sono una persona adulta, dura, segnata, impietosa di sé e degli altri, e una bambina piccola, curiosa, impaurita, debole, disponibile".

A questo punto del testo, iniziano le prime domande/risposte, pubblicate una di seguito all'altra nell'articolo, ma qui trascritte in forma più chiara e tradizionale:

D: Quanti anni ha, Christiane? 

R: "Diciannove".

D: Lei è punk? E cosa vuol dire essere una punk?

R: "Di fuori sono una punk: anche perché è di moda. Di dentro credo di essere un'hippie. Più da hippie che da punk, respingo la violenza, credo nella pace, in generale, e nei rapporti tra le singole persone".


Locandina italiana del film
A questo primo scambio di domande e risposte, fa seguito l'annotazione che l'intervista avviene in una camera d'albergo, dove Christiane è in compagnia di una sua amica vestita e truccata di nero, che si troverebbe lì per aiutarla a tradurre le sue parole dal tedesco all'inglese, ma la giornalista precisa che di Christiane "si capisce molto di più quando si sforza di parlare da sola in un inglese lento, pieno di sforzi di buona volontà", aggiungendo che "si intuisce che riesce a malapena a far proprie le parole ma poco o niente i pensieri e la storia che sono dietro di esse. Tutte e due fumano sigarette alla menta, bevono acqua tonica e ascoltano con una voluttà sproporzionata il programma di musica leggera della filodiffuzione: "Belli, più belli i vostri programmi radio, dei nostri, in Germania".

La giornalista prosegue l'articolo descrivendo il tatuaggio che Christiane ha nell'avambraccio sinistro, dove sono presenti le lettere C e F, cioè le iniziali del nome della ragazza tedesca, che si fece quando aveva 12 anni. A questo particolare del tatuaggio segue un breve accenno della Mori al reportage a puntate pubblicato su Stern, al libro "venduto a milioni di copie in tutto il mondo", al film "record di incassi in Germania [Ovest] e in Svizzera", che "a Milano, in tre giorni, ha incassato in una sola sala" un totale di 34 milioni di lire, "più di quanto successe a suo tempo, nella stessa sala, con un film campione e cioè Brubaker".

D: Lei oggi, dopo il libro, ha rifiutato in Germania tutte le possibili interviste, rifiuta costantemente di farsi fotografare, ma come si spiega per l'appunto il libro? Com'è che ha deciso, a suo tempo, di raccontare tutta la sua storia di drogata adolescente a due giornalisti di "Stern"?

Edizione tedesca del libro
R: "È successo a un processo nel quale io ero la principale testimone di accusa: l'imputato era un uomo che corrompeva le minorenni compensandole con dosi di eroina... Un giornalista mi fermò dicendomi che voleva il mio aiuto per un libro che voleva scrivere sulla prostituzione minorile. Io gli dissi che avrei voluto fare un libro sulla mia esperienza di drogata a tredici anni. Trovammo un accordo sul mio, e non sul suo progetto". Chiude per un momento gli occhi, mentre l'amica si cotona i capelli allo specchio, e pensa, a voce alta: "...Quell'uomo che corrompeva le bambine favorendo il loro ingresso nella droga... ce ne sono tanti di uomini così, e hanno moglie e bambini a casa loro... dovrebbero andare tutti in galera, forse per sempre".

Al tema della prostituzione minorile allude chiaramente la copertina dell'edizione tedesca del primo libro di Christiane (è l'immagine in alto a destra), dove si vede una ragazzina accanto ad un uomo adulto.

D: Tutta la sua esperienza è un grido contro il mondo degli adulti. Poi sono due adulti quelli con i quali ha scritto il libro: cos'è stato, cos'è un armistizio?

R: "Io non sono mai stata, non sono in guerra con nessuno. Ho temuto e continuo a temere che ci sia gente in guerra con me".

D: Sì, ma perché il libro, quel libro?

"La mia seconda vita",
edizione tedesca
R: "Perché avevo bisogno di parlare, e per la prima volta nella mia vita due persone, i due giornalisti di "Stern", mi lasciavano parlare, senza darmi sulla voce, senza interrompermi, senza correggermi, senza rimproverarmi come avevano sempre fatto le persone con le quali avevo cercato di parlare: per esempio mia madre".

Delle circostanze in cui avvenne la lunga intervista che Christiane rilasciò ai giornalisti tedeschi di Stern e degli effetti psicologici che essa ebbe sulla ragazza, se ne parla in modo approfondito nel secondo libro dedicato a Christiane, La mia seconda vita (Rizzoli, 2014), scritto insieme alla giornalista Sonja Vukovic, dal quale si riporta il seguente estratto: 
Per tre mesi Kai Hermann e Horst Rieck erano venuti a trovarmi tutti i giorni da mia nonna, dopo la scuola. Lavoravamo per quattro ore circa finché non ero sfinita. Quei colloqui, però, mi facevano l'effetto di una terapia. In qualche modo tutte quelle domande mi aiutavano a comprendere meglio quello che era accaduto a Berlino. Ma proprio come succede in terapia, riportare tutto in superficie è un'operazione spossante. (...) Quello che stavamo per rendere pubblico era un tema difficile, l'ho capito solo dopo. Io ho solo raccontato ai due giornalisti tutto quello che avevo vissuto e, a posteriori, mi meraviglio che nessuno della mia famiglia abbia assistito alle interviste. Non vennero mai né mio padre né mia madre, non chiesero mai come la cosa si svolgesse, di cosa parlassimo, cosa finisse sulla carta. Di molte delle informazioni che mi sono fatta scappare allora, mi pento ancora oggi. Soprattutto per mio padre, che ne esce come un fallito che picchiava le figlie. (cfr. pag. 38-39).
Tornando all'intervista della Mori per Repubblica, essa prosegue con una domanda dedicata al libro e al film.

D: È contenta del libro, e del film?

R: "Quel libro e quel film sono il mio passato. Nessuno, credo, è contento del proprio passato. E tanto meno io, che non mi riconosco in esso".

D: Le sarebbe piaciuto interpretare il film nel ruolo dell'attrice protagonista, al posto di Natja Brunckhorst?

R: Ride sincera. "Oh no".


Natja Brunckhorst, foto di scena del film
(fonte)

D: Cosa fa adesso?

R: "Fino a poco tempo fa lavoravo in una biblioteca. Adesso ho cominciato a lavorare a "Stern": scrivo pezzetti sulle pagine culturali a proposito di libri e di musica rock. Mi piace".

A questo punto hanno inizio le domande a sfondo politico, rivolte dalla Mori a Christiane, delle quali la giornalista riporta il seguente resoconto: "Il tentativo di farle formulare ipotesi anche politiche in tema di droga (il ricovero coatto o la prevenzione e come, la droga come malattia oppure no, eccetera) fallisce totalmente: "...lo chieda ai politici! Io non c'entro con le proposte politiche".

D: Ma lei, a diciannove anni, avrà pur votato: per chi, per esempio?

R: "L'unica volta che sono entrata in una cabina per votare, ho strappato la scheda... Io non capisco la politica. Ho solo timore di essere strumentalizzata dai politici".
Copertina di Stern (2013)

D: Lei ha paura: di che?

R: "Della guerra atomica, della chiusura mentale, mia e degli altri. Ho un po' paura della gente che non conosco".

D: E della droga?

R: "Non più: il 26 novembre di quest'anno sono quattro anni che ne sono uscita".

D: Ma di quella bambina che lei era a dodici, tredici, quindici anni, che cos'è rimasto in lei, oggi?

R: "Tutto: nessuno, credo, si libera mai del bambino che è stato...".



Con questo riferimento all'infanzia, si conclude l'articolo-intervista della Mori, mentre il controverso rapporto che lega Christiane ai mass media internazionali per ciò che concerne le sue interviste e gli scoop sensazionalistici sulla sua vita, continua tuttora. Come da lei dichiarato in La mia seconda vita (cfr. pag. 229), ha perfino ricevuto un invito a partecipare come concorrente ad un reality show tedesco, ambientato nella giungla australiana (si tratta di "Ich bin ein Star, holt mich hier raus", lett. "Sono una star, tiratemi fuori di qua", trasmesso da RTL), che ha rifiutato, spiegando che "forse le persone che ci vanno non sono mai state perseguitate dalle macchine fotografiche fin nei più intimi recessi della loro vita privata, non sono mai state filmate o immortalate nei momenti più terribili, difficili e umilianti della loro vita, catturate per l'eternità" (cfr. pag. 229).

N.B. Link agli altri articoli su Christiane F. pubblicati in questo blog:

http://alemontosi.blogspot.it/2013/07/noi-i-ragazzi-dello-zoo-di-berlino.html

http://alemontosi.blogspot.it/2014/04/christiane-f-1981-di-uli-edel-la.html

http://alemontosi.blogspot.it/2015/11/christiane-f-reazioni-del-pubblico-e.html


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