sabato 13 luglio 2013

L'infanzia travolta dal sisma: Tokyo Magnitude 8.0



Il terremoto irrompe nella vita di Mirai, studentessa della prima media, alle 15:46 del 20 luglio 2012, mentre si trova col suo fratellino Yuki, alunno della terza elementare, a Odaiba, un’isola artificiale di Tokyo. La scossa è di magnitudo 8.0 e il suo epicentro è a circa 25 km di profondità, nella baia a nord-est della capitale giapponese, il che fa scattare l’allerta per eventuali tsunami. 


Tokyo danneggiata dal sisma
Il sisma provoca terrore e ansia, e servono solo pochi istanti alle persone per comprendere ciò che sta accadendo. Il suolo si muove senza sosta e c’è chi cade a terra, chi tenta di aggrapparsi a tutto ciò che si trova nelle proprie vicinanze e chi tenta di mettersi al riparo, mentre si aprono crepe nelle strade e nei pavimenti, gli interni di alcuni edifici si deformano, le auto sbandano e i vetri delle finestre si frantumano ricadendo pericolosamente a terra. Terminata la scossa, Mirai deve “rialzarsi” (sia fisicamente, sia soprattutto mentalmente) e raggiungere Yuki che, pochi attimi prima, si era allontanato da lei per andare in bagno; banale separazione quotidiana che ora è divenuta di colpo una distanza abissale e pericolosa da superare, costringendo Mirai ad addentrarsi in un edificio seriamente danneggiato, senza luce e reso ancora più impervio dal verificarsi delle scosse di assestamento. Ritrovarlo non è che il primo passo di un lungo, difficile e drammatico percorso che i due giovani dovranno intraprendere per tornare a casa, nella speranza che l’appartamento dove vivono non sia stato distrutto e che i loro genitori siano ancora vivi…

Immagine promozionale dell'anime
Da queste premesse prende il via Tokyo Magnitude 8.0, serie animata giapponese prodotta nel 2009, ambientata in un ipotetico 2012 e composta da 11 puntate, trasmesse originalmente dopo la mezzanotte in Giappone – dalle 0:45 alle 1:15, all’interno del programma contenitore “noitaminA”, che è il termine inglese Animation scritto al contrario –, proprio poiché si rivolge soprattutto a un pubblico adulto (target stravolto dalla prima messa in onda italiana, avvenuta su Rai 4 di mattina nei giorni feriali). Non deve quindi sorprendere se, a parte qualche concessione al catastrofismo cinematografico più spettacolare (come nel caso del crollo della Tokyo Tower), siano soprattutto le conseguenze emotive ed intimistiche del sisma subite dai vari personaggi ad essere prese in esame, trovando il loro culmine nella parte conclusiva, priva di lieto fine.

La giornalista Christel Takigawa 
Realizzata in collaborazione con il Metropolitan Bokutoh Hospital, il dipartimento dei vigili del fuoco di Tokyo, la Guardia Costiera giapponese e altri importanti enti pubblici, oltre che con la giornalista televisiva Christel Takigawa che doppia sé stessa nella serie (è lei a condurre i vari telegiornali presenti nell’anime e ad apparire dopo la sigla di coda di ogni puntata), Tokyo Magnitude 8.0 è un’opera realizzata per sensibilizzare gli spettatori su cosa potrebbe accadere nel caso in cui Tokyo venisse colpita direttamente da un sisma di forte intensità – come già accaduto nel 1923 quando “il grande terremoto del Kanto” (Kanto è il nome della pianura su cui sorge Tokyo) rase al suolo la città, devastata, oltre che dal sisma, anche dai successivi incendi –, provocando tremendi effetti sia alla capitale, sia alla psiche delle persone costrette a subire improvvisi lutti affettivi e/o a ritrovarsi senza casa. Non deve quindi sorprendere se, tra le fonti bibliografiche dell’anime, appaia il manga 51 modi per salvarla di Usamaru Furuya (citato col titolo inglese “51 ways to safe your girlfriend”, nella sigla di coda della serie tv), di cui si era già parlato nel blog, dicendo che esiste il 70% di probabilità che un sisma di forte intensità (di grado 7.0 o superiore) con epicentro sotto la città di Tokyo, avvenga entro i prossimi 30 anni. Data la così elevata e prossima eventualità che accada, è conveniente tentare di sensibilizzare e “formare” il più possibile le persone su quello che potrebbe accadere, aiutandole ad incentivare il proprio autocontrollo in caso di calamità naturale ed anche a sostenere il peso di questa attesa.


Sebbene Tokyo sia ritenuta la città più sicura al mondo in caso di terremoti, è necessario finanziare e continuare incessantemente studi, ricerche e controlli sull’edilizia urbana, poiché, come visto nel caso del terremoto dell’11/03/2011 che aveva come epicentro il nord-est del Giappone, Tokyo può subire danni e persino dei morti: in quella giornata, durante una cerimonia di consegna dei diplomi scolastici nella capitale giapponese, il soffitto della sala crollò, uccidendo 2 persone e ferendone 25, come descritto nel documentario Tsunami in Giappone: voci dall’inferno (2011) trasmesso da National Geographic nei mesi successivi al sisma dell’11 marzo.

Anche le stime di Minoru Watanabe, presidente dell’Istituto Machizukuri Planning, risalenti al 2006 e riportate nelle schede di approfondimento del primo volume del manga 51 modi per salvarla, indicano che, “nella peggiore delle previsioni, un terremoto che colpisse direttamente la capitale provocherebbe tredicimila morti, sette milioni di sfollati e di conseguenza circa sei milioni e mezzo di senzatetto”. Lo stesso Tokyo Magnitude 8.0 che, come ci informa una didascalia presente all’inizio di ogni episodio, è “un’opera di fantasia basata su analisi e approfondite ricerche, (…) volte a ottenere il massimo realismo” - sebbene, come detto dalla stessa didascalia, data la straordinarietà degli eventi possano sussistere differenze tra finzione e realtà -, offre allo spettatore, oltre alle immagini di una Tokyo seriamente danneggiata durante la sigla di testa, un bilancio del sisma composto da 180.000 vittime, dovute anche ai numerosi incendi scatenatisi nei momenti successivi al terremoto. E in questa serie la morte non colpisce solo personaggi secondari o comparse come spesso accade in altre opere di finzione, ma anche i protagonisti, rendendo più profonda e penetrante la carica emotiva provocata dalla perdita affettiva.

Mirai e Yuki
Protagonista di Tokyo Magnitude 8.0 è Mirai (nome che in giapponese significa “futuro”), ragazzina con un rapporto conflittuale coi propri genitori, spesso assenti dalla sua vita quotidiana per via del loro lavoro, e con i quali comunica a fatica, rimanendo spesso delusa dal loro comportamento, dai loro continui litigi, e dalle loro disattenzioni nei suoi confronti e di Yuki, facendola vivere in uno stato di continuo disagio, delusione e di sfiducia verso tutti e tutto. In reazione a ciò, Mirai si isola col suo cellulare mandando continuamente sms alle sue amiche (la mancanza di reale comunicazione tra le persone e i problemi ad essa collegati, come l’informazione mediatica a volte errata, sono tra i temi principali dell’anime).

Odio questa città. Odio casa mia e anche i miei genitori. E odio che i miei si arrabbino con me. Peggio ancora quando lo fanno così, tanto per fare. Non ne posso più. Sarebbe quasi meglio…se il mondo cadesse a pezzi. È quello che pensavo ogni giorno…”, così parla Mirai quando entra in scena nella prima puntata della serie. Ad aiutarla a ritrovare Yuki dopo la scossa di terremoto e a riaccompagnarla a casa attraverso una capitale seriamente danneggiata, troviamo Mari, donna che lavora in moto come corriere e che vive insieme a sua madre e a sua figlia,  a causa della prematura morte di suo marito, deceduto all’improvviso sotto ai suoi occhi, in circostanze precedenti al sisma.

Mari e Mirai
La scelta di Mari di aiutare Mirai e Yuki e di tornare a casa a piedi insieme a loro, è dovuta, oltre al risiedere in due quartieri attigui, al fatto che Mari diviene presto cosciente dei “limiti” che Mirai possiede caratterialmente, essendo ancora immatura, impulsiva e facile a scoraggiarsi, tutte caratteristiche che ne potrebbero mettere seriamente a rischio la sopravvivenza in una situazione difficile e delicata come quella post-sisma, dove i mezzi pubblici sono fuori uso, i cellulari non funzionano (creando così ulteriore spaesamento e sconforto in Mirai, a cui viene meno il suo strumento comunicativo prediletto per “parlare” con gli altri) e molte persone sono spesso ostili e irritabili verso il prossimo. Anche se Mari si prende maternamente cura di loro, essa è tutt’altro che priva di insicurezze, di problemi di salute dovuti all’anemia, e di ansie, al punto che, nel corso del viaggio, in Mari si genera il dubbio se proseguire più rapidamente da sola o se continuare a muoversi con Mirai e Yuki...

Foto scattate ai luoghi del disastro
Grazie alla disponibilità di Mari, i due fratellini affrontano con un solido e valido punto di riferimento affettivo, momenti difficili e di forte tensione, come l’assistere a improvvisi crolli dovuti a nuove scosse, a gesti folli compiuti da persone in preda al panico e alla disperazione, oppure al dover mettersi pazientemente in fila per avere una razione di cibo o la possibilità di andare in un bagno chimico. Oltre a tutto ciò, Mari aiuta i due fratellini a fronteggiare la presenza costante della morte che sembra pervadere ogni cosa, pronta ad affiorare in ogni momento attraverso la presenza di corpi senza vita o di persone sconvolte da perdite famigliari, come nel caso di alcuni anziani che devono affrontare la morte dei propri nipotini, soffrendo per essergli “innaturalmente” sopravvissuti e desiderando di aver voluto morire al loro posto; oppure a stravolgere quello che è un luogo legato alla quotidianità di Mirai come la sua scuola, trasformandone una grande sala in una camera mortuaria dove i parenti delle vittime – tra cui anche una compagna di classe di Mirai – vegliano i corpi senza vita dei propri cari sdraiati a terra e coperti da un lenzuolo bianco, illuminati unicamente dalla tenue e funerea luce delle candele.

Il sisma è anche questo: l’improvviso stravolgimento dei luoghi legati alla propria quotidianità che divengono luoghi di morte, di sofferenza, o vuoti poiché resi inagibili.

Veglia dei morti nella scuola di Mirai
Nell’anime si affronta, anche se non in fino in fondo, il difficile momento del riconoscimento di una vittima da parte di un suo famigliare: il doverne cercare il nome nelle liste dei morti per capirne la sorte, sperando di non trovarlo o, nel caso in cui ci fosse, che si tratti di un errore; e l’avvicinarsi al corpo senza vita e con indosso ancora i vestiti, ricoperto da un lenzuolo bianco che, quando verrà sollevato dagli incaricati, ne svelerà il volto al famigliare che ne dovrà confermare l’identità. Vengono trattati e descritti altri momenti difficili, come l’estenuante e silenziosa attesa in ospedale davanti ad una sala operatoria, come il ritorno a scuola dove i banchi vuoti indicano chi ha perso la vita o chi è stato colpito da lutti famigliari, e soprattutto come il dover fare i conti con una perdita famigliare improvvisa e scioccante.

Mari svenuta
Come descritto nelle ultime puntate di Tokyo Magnitude 8.0, per chi perde un proprio caro con cui abita, in seguito ad un evento improvviso e inaspettato (sia esso un sisma, un infarto, un ictus, un incidente stradale o altro), la reazione interiore che avviene nell’immediato può essere quella di non riuscire a razionalizzare del tutto ciò che è avvenuto, pensando di vedere ancora la persona deceduta, di sentirne ancora la voce e la presenza, di immaginarla seduta in qualche angolo di casa o nella propria stanza, o di ipotizzarne il ritorno a casa da un momento all’altro, poiché la mente umana fatica a rassegnarsi di colpo alla morte. Ed è proprio tra le mura di casa, nelle stanze, in cucina, che, poco a poco, la sensazione che quella persona ci sia ancora lascia spazio alla razionalizzazione definitiva del lutto e alla conseguente rassegnazione di fronte alla morte, rievocando il passato e le emozioni vissute insieme a chi non c’è più, fino al momento in cui la mente deve reagire per riprendere a vivere.

Senza svelarne il finale, concludiamo affermando che Tokyo Magnitude 8.0 è un valido esempio (pur se non privo di difetti) di come la produzione artistica, gli enti pubblici e scientifici, e un media fondamentale come la televisione, possano interagire tra loro per creare un’opera volta a sensibilizzare e a far comprendere alle persone quanto possa essere fragile un territorio urbano ritenuto erroneamente sicuro dai suoi abitanti.

È anche un’opera utile per raccontare ad uno spettatore che non è mai stato colpito in prima persona da un grave terremoto, una seppur minima parte del disagio, della sofferenza e del dolore che si trova ad affrontare chi subisce un sisma devastante e chi perde delle persone care a causa di esso. Un insegnamento da tenere presente per essere più vicini a tutti coloro che in Italia hanno sofferto per colpa del sisma, e continuano a soffrire per via della drammatica situazione in cui versano tuttora le zone colpite dai terremoti più o meno recenti. Non lasciamoli soli.

N. B. Prima Pubblicazione: Marzo 2012 sulla sezione "Terza Pagina" del sito www.ilcapoluogo.it

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