domenica 29 novembre 2015

Christiane F. - Reazioni del pubblico e della critica al film dei ragazzi dello Zoo di Berlino



A complemento di quanto già scritto nel blog, si offre una breve panoramica delle recensioni, delle critiche e delle riflessioni sul film Christiane F. - Noi, i ragazzi dello Zoo di Berlino (1981) di Ulrich "Uli" Edel, apparse su alcune testate giornalistiche all'epoca del debutto della pellicola nelle sale cinematografiche del nostro paese, avvenuto nel novembre 1981.


Si comincia con il settimanale Radiocorriere TV, che, prima di parlare del successo estero riscossi dal film tedesco e dal libro da cui è tratto, offre uno spaccato dell'ambiente giovanile di Berlino Ovest, città all'epoca divisa in due parti dal "muro" che spezzava tutta la Germania in due vaste aeree (quella Ovest sotto l'influenza degli USA e quella Est appartenente all'Unione Sovietica):
Nella ex capitale tedesca non è difficile che un ragazzo diventi drogato: è la città dove il governo coccola e vizia i giovanissimi, per non farli fuggire dalla "città del muro" regala borse di studio, organizza manifestazioni musicali, offre posti di lavoro con estrema facilità; tante occasioni sembra abbiano fiaccato i giovani: niente più fatiche per raggiungere traguardi, per realizzarsi e tanto denaro per divertirsi e tentare nuove esperienze, non ultima la droga: ecco una spiegazione. Un'altra del tutto diversa la offre la stessa Christiane: "Ero stanca dei cartelli dove tutto era proibito, 'non calpestare', 'non urlare'". Troppo ordine, da qui la ribellione; la polizia è feroce nel reprimere e alllora cosa resta di meglio se non la fuga dalla realtà? (...) 
Il film è stato proiettato il 4 aprile di quest'anno in dodici città della Svizzera Tedesca: davanti alla sala lunghe file. La stessa cosa in Germania:  un record da tre milioni di spettatori. (...) Sociologi e psicologi si dividono: è un incitamento alla droga? "La storia di Christiane, come del resto il mio film, è una demistificazione della droga, non un'esaltazione", dice il regista. Il film verrà programmato in Italia dalla fine di novembre.
(cfr. L'inferno di una povera Cristiana, di Stefania Barile, Radicorriere TV n. 45, 1981, pag. 130-132). 
Foto di scena del film
(fonte)

Dalle pagine del quotidiano La Repubblica - dove apparve l'unica intervista italiana (reperibile qui) rilasciata dalla vera Christiane durante la promozione del film nel nostro paese -, il critico cinematografico Tullio Kezich riflette sul film, dimostrandosi scettico sul riscontro che esso e il libro da cui è tratto possano avere nel nostro paese:
In Germania Ovest il film registra tre milioni di spettatori, il libro vende un milione di copie. Non crediamo che Rizzoli, l'editore italiano di Christiane F. Noi, i ragazzi dello Zoo di Berlino, speri di toccare questa cifra; né che il film omonimo possa avere da noi una risonanza altrettanto clamorosa(...) 
Sotto il segno del naturalismo il regista televisivo Ulrich Edel (questo è il suo primo film per il cinema) racconta i fatti con teutonica puntigliosità. Accuratamente istruiti, i ragazzini non-attori riproducono la sintomatologia da crisi di astinenza con un rigore clinico che sarebbe piaciuto a Ermete Zacconi [attore teatrale e cinematografico, vissuto tra il 1857 e il 1948, che puntò sul verismo della recitazione]. Il risultato è uno spettacolo fenomenologico cupo e pedestre. Negato a ogni tensione poetica, il regista indugia in una accurata falsificazione del cinema verità. Però non si preoccupa di uscire dalla cronaca, di investigare le cause del fenomeno e di individuarne le connessioni con la società cosiddetta normale: l'eroina è vista come una calamità naturale, i drogati formano un mondo a parte, anche la madre di Christiane è un personaggio indistinto e lo spettatore viene semplicemente brutalizzato dall'evidenza dei fatti.
(cfr. Quattordici anni e un mondo di siringhe e rock'n roll, di Tullio Kezich, La Repubblica, 7/11/1981).
Copertina di una delle edizioni del libro
(fonte)

A contraddire Kezich, oltre all'immensa popolarità di cui libro e film godono tuttora in Italia e in molti altri paesi esteri (tanto che, nel 2006, la cantante Avril Lavigne interpretò un personaggio simile a Christiane in questo videoclip di Butch Walker), ci pensa la seguente recensione del libro, apparsa sul quotidiano L'Unità nell'ottobre 1981:
Per la sua apparizione sul mercato italiano, la Rizzoli non poteva scegliere periodo più propizio. Anche da noi il fenomeno droga va assumendo dimensioni sempre più tragicamente di massa e le polemiche sui correttivi da adottare per fronteggiarlo si vanno facendo di giorno in giorno più accese. Non è difficile quindi profetizzare all'edizione italiana un successo non minore di quello arriso al volume nella Repubblica Federale Tedesca [Germania Ovest]. (...)
Di maggiore interesse la seconda parte del volume, in cui Christiane racconta dei disperati tentativi da lei fatti per disintossicarsi. L'incapacità dei "grandi" a comprendere i suoi problemi; la stoltezza dei pubblici poteri; la mancanza di mezzi di quei pochi che si adoperano per fornirle aiuto, ci mostrano infatti uno spaccato significativo della società d'oggi.
Il cancro droga, posto di fronte ai mezzucci usati da chi dovrebbe essere preposto a combatterlo, ci appare così come un'idra dalle mille teste di cui è assai difficile purtroppo prevedere la fine. Queste ultime pagine possono anche rappresentare un valido contributo al dibattito sviluppatosi di recente in Italia, in particolare per le non poche lance spezzate in favore di metodi non costrittivi nella cura dei tossicodipendenti.
(cfr. Christiane F. racconta, ovvero un best-seller chiamato droga, di Giancarlo Perciaccante, L'Unità, 1/10/1981).

Copertina di una delle edizioni del libro
(fonte)

Sul valore del libro e del film dedicati alla storia di Christiane, pone l'attenzione questa recensione pubblicata sul quotidiano La Stampa:
Edel è stato toccato dalla testimonianza coraggiosa della ragazza calcando la mano su questo film eccezionale che vuol essere soprattutto un atto di accusa nei confronti dell'indifferenza dell'opinione pubblica e anche dei governi d'ogni Paese del mondo sulla diffusione della droga negli ambienti della scuola. (...)
Christiane F. è quindi un film che, al pari del libro, svela con crudeltà la terribile escalation dei drogati verso la distruzione, convinti come sono, fin dalla tenera età, che "tutto quello che è permesso è insulso, tutto quello che è vietato è divertente", ignorando che la distruzione di se stessi a poco a poco contamina anche gli altri.
Christiane F. ha suscitato e susciterà molte polemiche al pari del libro anche se finora alla sua proiezione hanno assistito milioni di spettatori tutt'altro che morbosamente suggestionati dalla vicenda, ma sconvolti per la meditazione che il film offre su questo terrificante e finora insoluto problema della droga che da anni interessa sociologi, psicologi, educatori i quali, fra l'altro, non hanno esitato a dichiarare che il film Christiane F. è "molto più illuminante di qualsiasi inchiesta o trattato scientifico sulle tossicodipendenze".
(cfr. Per "Cristiana F." droga e milioni, di Anonimo, La Stampa, 16/11/1981).
(fonte)

Da L'Unità è invece tratta questa recensione che inizia spiegando quanto sia difficile, per un giornalista e per un critico, avere a che fare con questo film:
È difficile parlare di Christiane F. Noi, i ragazzi dello Zoo di Berlino come di un semplice film: le recensioni, in questo caso, rischiano di appannarne il senso o di fare scivolare il discorso verso giudizi critico-estetici importanti fino a un certo punto. Eppure questo è anche un film, ovvero una creazione poetica, con tanto di attori, di dialoghi, di musica, di sceneggiatura, che usa tutte le "armi" della finzione per raccontare una storia "vera". Che fare allora? Probabilmente, la cosa migliore è non porsi questi problemi e andare a vedere Christiane F. con la mente un po' sgombra, senza farsi troppo condizionare dalle polemiche e dagli schemi del "già sentito dire". (...)
Bene ha fatto Ulrich Edel a narrare per filo e per segno la giornata-tipo di un tossicomane, senza mai tirarsi indietro; perfino quella terribile crisi d'astinenza di Christiane e Detlef - giudicata da alcuni "finta" e di "cattivo gusto" - è giusto farla vedere fino alla fine, realisticamente, come testimonianza di una sofferenza inaudita che ci riguarda molto da vicino. Semmai al regista si può rimproverare altro: (...) una scarsa attenzione alle psicologie, uno sbrigativo tratteggio della condizione familiare di Christiane e dei suoi rapporti con la società "normale", un naturalismo puntiglioso e cupo che tradisce talvolta una vocazione "spettacolare", certi accenti morbosi. (...)
Detto questo, resta comunque intatto il valore documentario del film e soprattutto lo sforzo di raccontare, senza troppa enfasi, una vicenda normale ed eccezionale allo stesso tempo.
(cfr. Storia di Cristiana F., di Michele Anselmi, L'Unità, 14/11/1981).
Materiale promozionale del film
(fonte)

Per poter offrire un punto di vista diverso, c'è chi va a vedere il film in sala in compagnia del pubblico giovanile:
Abbiamo visto Christiane F. in una platea di ragazzine, appena sopra il limite di legge dei 14 anni: non sappiamo se erano turbate o ammirate, certo molto attente. Il film cade in un momento che sembra favorevole ad una celebrazione-liberazione collettiva intorno al tema della droga, intesa come avventura esistenziale, inferno o paradiso della diversità. Anche in tv c'è la storia a puntate di una ragazza drogata, Anna. [riferimento a Storia di Annasceneggiato in 4 puntate diretto da Salvatore Nocita e trasmesso per la prima volta nel novembre 1981, in prima serata su Raiuno, per poi essere ritrasmesso nel 1988 in una versione più corta e rimaneggiata] (...)
Dura, buia, pedante come un referto clinico, fatta alla vecchia maniera tedesca senza squilli di invenzione, l'opera di Edel non conta tanto per come è costruita, ma per il pubblico che trova, per il tema che tratta, per avere aperto accanto al moralismo tradizionale un varco al "comportamento" all'analisi dei fatti come sono o come sembra che siano. L'attenzione del pubblico più giovane va probabilmente a questa qualità diretta della testimonianza, si vedono solo i ragazzi chiusi nei loro errori spontanei, nella loro autonomia, gli adulti sono lontani o inesistenti. Berlino è una città vuota, con la peste della solitudine. (...)
Il film ha il solo pregio di cadere nel dibattito che cambia, che diventa più sincero: sta lì con la sua miserabile naturalezza, con la sua germanica crudezza. I ragazzi capiscono di che cosa si parla e che se ne può (se ne deve) parlare magari senza mitizzare un'esperienza estrema, senza temerla o ammirarla, con pena autentica, se hanno sentimenti.
Gli adulti sanno che l'inferno comincia con facilità, nel conformismo, ma anche, in una specie di libertà: capiscono da questo film che il drogato non ascolta le prediche e le costrizioni perché lotta da solo contro la bestia e non se ne può staccare.
(cfr. Cristiana spiega ai giovani il suo inferno nella droga, di Stefano Reggiani, La Stampa, 19/11/1981)
Foto di scena del film
(fonte)

La testimonianza della visione del film all'interno di una sala cinematografica, è offerta anche dalla lettera di un lettore del quotidiano L'Unità:
Il locale era un cinema romano del centro, la sala affollatissima soprattutto di giovani. Ed è proprio il loro comportamento che mi ha lasciato turbato. Intanto numerosi erano seduti in terra nei corridoi malgrado ci fossero posti liberi, la stragrande maggioranza fumava (sigarette?) infischiandosene dei divieti. Questo è nulla però (e potrebbero anche essere osservazioni da "benpensante"): si tratta probabilmente di manifestazioni un po' infantili di ribellismo; la cosa sconvolgente è invece la loro reazione alle immagini, alla trama del film.
Vanno bene gli applausi clamorosi a David Bowie, ma che dire di quelli alle battute più "ciniche" (...) dei protagonisti; dei commenti ad alta voce favorevoli ai protagonisti che rifiutano di liberarsi della schiavitù dell'eroina; degli scherni per chi invece cerca di intraprendere questo difficile itinerario (agghiacciante la reazione alla drammatica lunga sequenza dei due protagonisti alle prese con la crisi da astinenza: fischi, risate, parolacce); dell'allegria generalizzata per il volto cadaverico di Tombi [riferimento errato al biondo "Zombi"] e per le scene (terribili) sulla prostituzione maschile e di atti omosessuali; della disapprovazione urlata per i ragazzi che non consumano l'atto sessuale.
Il film voleva essere una condanna ed un monito (...); non rischia, invece, di essere un veicolo di omologazione? Non penseranno i nostri giovani seduti in terra: "Quelli sì che sono veri ribelli a questa m.... di società; altro che noi. Perché non li imitiamo?". E c'è già lo zoo di Roma... E leggo che un diciottenne è morto per una overdose durante la proiezione del film all' "Orfeo" di Genova... [riferimento a quanto raccontato su L'Unità del 22/11/1981, nell'articolo Anna non morirà stasera, di Antonio Zollo; il decesso del giovane avvenne nei gabinetti del cinema genovese]. 
(Dalla rubrica "Lettere all'Unità" del 4 /12/1981)
L'album con la colonna sonora del film
(fonte)

Del rapporto tra il film e i giovani (in particolare studenti), parla, in tutt'altro modo, anche questa testimonianza di un insegnante di Milano, che vede nell'opera di Edel un'importante e utile occasione di approfondimento e di confronto sul tema della droga:
Come operatore part-time di un centro assistenza drogati, so che è vero (il film, la situazione descritta, i moventi psicologici, i comportamenti, ecc...); come insegnante della scuola superiore so che è utile proporlo alle scolaresche (dopo opportuna discussione) per l'alto grado di richiesta che proviene dagli studenti (vogliono sapere, vogliono discutere prima di essere censurati o prevenuti, prima di arrivare a un'autocoscienza): dalle prime classi fino a quelle della maturità, non ho raccolto che consensi e sollecitazioni a "vedere quel film", a parlarne. Ben diverso, e insignificante, è l'altro film televisivo in onda da alcune settimane Storia di Anna: non dice niente, non è verosimile, descrive (molto parzialmente) senza spessore psicologico.
La proposta: gli insegnanti democratici della scuola (superiore, visto che il film è vietato ai minori di 14 anni. Censura inutile se, ripeto, il film fosse preceduto da una discussione) nell'ambito delle ore mensili concesse per attività parascolastiche, propongano e, ove accolta, discutano insieme con le proprie classi la visione del film Noi, i ragazzi dello Zoo di Berlino; la discussione potrebbe essere stimolata da alcune domande sul problema droga, cui gli studenti possono rispondere per scritto liberamente e con l'anonimato, tipo "Cosa vorresti sapere in particolare sulla droga? Ne hai mai potuto parlare con qualcuno?, Come vedi quelli che si drogano?, Cosa proponi per la scuola?".
Certo un'iniziativa del genere suppone innanzitutto un buon rapporto con l'insegnante, la capacità e la volontà di quest'ultimo a rispondere a questa (eventuale) richiesta, la disponibilità a "perdere" ore di insegnamento della propria materia, ecc., ma la prevenzione parte proprio dalla possibilità che i ragazzi abbiano di esprimersi senza censure preventive, senza blocchi psicologici.
Un'ultima annotazione: molti studenti, dopo il film (visto da soli o con amici), mi hanno riferito di esserne rimasti colpiti, in senso di riflessione e profondità sottostante i fatti drammatici, truculenti, sadomasochistici o puramente "spettacolari" del film.
(Cfr. la rubrica "Lettere all'Unità" del 27/11/1981)
Vhs francese del film
(fonte)

Sempre L'Unità, infine, offre la seguente riflessione più articolata sul film e sul mondo della tossicodipendenza giovanile, firmata dallo psichiatra e psicoterapeuta Luigi Cancrini, il quale parte dalla premessa che la forza del capitalismo - rappresentata, in questo caso, dal business economico della compravendita di droga - sia sempre stata quella di creare divisioni nelle popolazioni:
Film come questi potrebbero essere utili se si ricominciasse a riflettere sull'effetto ottico cui il capitale affida la sua capacità di dividere coloro che non si trovano dalla parte dei più forti. Perché operai tedeschi ed emigrati dovrebbero riflettere seriamente sul documentario che mostra come i figli di quelli che sono apparentemente più fortunati, i figli di gente apparentemente allegra, forte, sicura, non si appagano di queste conquiste.
Nati sulla montagna vedono piccole e insignificanti le strade che, per salirvi, erano state tracciate a costo di fatiche e eroismi. Non si guardano indietro e cercano soltanto, senza trovarle, occasioni per misurare la loro forza personale. Nel mare indistinto dei bisogni, troppo precocemente soddisfatti cercano oggetti, persone, situazioni verso cui dirigere un desiderio individuale, contrastato ed autentico. La mancanza di stimoli li fa piombare in una noia insostenibile, aggravata, non alleviata certamente dalla facilità di appagare i propri bisogni. (...) 
Il messaggio impressionante e orrendamente realistico proposto nella prima parte della storia di Christiane è proprio quello per cui la droga costituisce il più sicuro, il più forte degli antidoti da questa noia. Perché colui che "si fa", nascondendosi nelle discoteche o nei parcheggi, sbattendosi per le strade o lungo i percorsi della metropolitana si sente in qualche modo uno che è parte di una comunità, di un gruppo deciso ad esistere "contro" gli altri. Uno che rompe la piattezza monotona, gelida e incomprensibile della vita che gli viene proposta per modello. Uno che non ha più problemi su come impiegare il tempo perché tutto il suo tempo è preso da questa corsa folle, solitaria, a due o a tre o in gruppo.
Christiane e Babsi nel film
(fonte) 
Si contrappone, completandola, a questa turba di adolescenti (...) un mondo di adulti degno del "Salò" di Pasolini [si tratta del film Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975), di Pier Paolo Pasolini]. Un mondo che vive ai margini della disperata ricerca degli adolescenti: aspettando prima, con l'astuzia crudele del pescatore, che la ragazza o il ragazzo abbocchino all'amo della droga e godendo poi della ferita che il ferro puntato apre nella loro bocca più che del corpo docile che è stato ottenuto. E infine, occupandosi della possibilità di "mantenere" la vittima nella sua condizione di essere vivente, conoscendo il legame che esiste fra la sua sofferenza ed il proprio piacere. Senza violenza evidente tuttavia ma lavorando sempre, come l'O'Brien di Orwell [riferimento a un ambiguo personaggio del romanzo 1984 (edito nel 1948) di George Orwell, a cui si deve la tortura imposta al protagonista nel finale del libro], allo sviluppo di una situazione in cui, con la mediazione della droga, si possano definire i termini di un possesso sostenuto dalla stessa volontà del posseduto. (...)
(fonte)
È difficile mantenere dentro di sé la fiducia in un progetto di rinnovamento della società in cui viviamo se si pensa alla quotidianità di questa esperienza. Alla tranquillità con cui i pescatori di bambini lanciano ami e uccidono senza che nessuno sia in grado di intervenire. Al modo in cui molti di questi sono cittadini integrati, ricchi e dotati di un potere che la società convalida. Al numero di vite che si perdono nei nostri quartieri (...).
È difficile ma necessario continuare a pensare che il fascismo è anche una categoria psicologica. Che l'uomo si porta dentro, con molte altre, la maledizione del suo bisogno di possedere e di opprimere. Che questo bisogno non viene contrastato ma sviluppato e "accarezzato" da una organizzazione sociale basata sul profitto e tendente perciò a rendere rozzi e costosi i suoi bisogni, vuote le sue capacità difensive e di amare, disperato il suo condizionamento di parte di un ingranaggio.
È difficile ma necessario pensare che una società diversa, fondata sull'uomo e sulla sua dignità di "essere" che si realizza nell' "incontro" con gli altri, chiede una modificazione strutturale, organica dei rapporti di produzione e dei meccanismi del potere. La morte e la vita di questi figli nostri stanno lì ad indicarcene l'urgenza.
(cfr. Entrino, entrino allo zoo di Berlino, di Luigi Cancrini, L'Unità, 18/11/1981).
Natja Brunckhorst (Christiane) da una foto di scena del film
(fonte)
Radiocorriere n. 51, 1984

Per concludere, si offre un breve estratto da un articolo relativo alla prima trasmissione televisiva del film, avvenuta venerdì 21 dicembre 1984 in prima serata su Italia 1, collocato subito dopo una puntata della serie animata de I Puffi:
A Italia 1 si parla di droga: è, per cominciare, quella che viene smerciata e comprata a Berlino, la città in cui vive Christiane F. (...) Il film, al suo primo passaggio televisivo, andrà in onda alle 20.25: è, si ricorderà, un'opera che alla sua uscita, nell'81, fece scalpore, esaltata come fu da alcuni per il suo taglio da cinema-verità, messa al rogo da altri che vi leggevano "morbosità e moralismo".
(cfr. Droga: dallo zoo di Berlino a Muccioli, di Anonimo, L'Unità, 21/12/1984).




N. B. Quando il film di Edel viene distribuito in Italia nel 1981, ad esso viene dato il titolo "Cristiana F. - Noi, i ragazzi dello Zoo di Berlino", adattando quindi in italiano il nome della protagonista, la quale però, nel doppiaggio italiano del film, mantiene il nome tedesco originale, "Christiane", presente anche nell'edizione italiana del libro (sia nel titolo, sia nel testo) e sulle copertine delle pubblicazioni in dvd. Per coerenza col titolo originale e col nome della protagonista, i riferimenti al film, nei testi degli articoli, sono stati riportati col nome "Christiane F.".

Per un confronto tra il libro e il film dei ragazzi dello Zoo di Berlino, si rimanda a questo articolo del blog, dove si parla anche della vita della vera Christiane F.

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Aggiornamento (23/06/2016): Dall'archivio del Corriere della Sera emergono delle informazioni relative alla presenza del film alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1981. La pellicola venne presentata all'interno della sezione "Mezzogiorno/Mezzanotte", con il titolo "Christiane F. - Noi bambini della Stazione Zoo" e proiettata in data 9 settembre 1981 (cfr. l'articolo Nanni Moretti e un "Caleidoscopio" indiano, di Anonimo, pubblicato il 9/09/1981).



Il giorno seguente alla proiezione, ne appare sul quotidiano la recensione, firmata da Leonardo Autera nell'articolo Lorca a tempo di flamenco e tredicenne drogata (10/09/1981), che risulta essere eccessivamente critica nei confronti del film:
L'impressione che si ricava dal film non è delle migliori. In sostanza si tratta di un grosso feuilleton per una furba operazione commerciale. Ci sono pregi di recitazione da parte delle due interpreti adolescenti prese dalla strada, ma nessun merito di regia, che procede spesso con mano pesante. Ma il peggio è che si fa quasi pubblicità alla droga e si confortano i drogati: "Se Christiane alla fine si è salvata - pensano - ci salveremo anche noi".
Annuncio promozionale in occasione della prima tv del film
(pubblicato il 21/12/1984)

Opinioni molto critiche verso il film vengono espresse su quella testata giornalistica anche al momento della sua uscita in sala, come testimoniato dai seguenti estratti da due recensioni apparse sul Corriere:
Cristiana F. è un film da sconsigliare al pubblico sensibile, per il necessario luridume che rappresenta, ma anche ai giovani inclini a subire il fascino del male. Si dubita molto che essi ne escano disposti alle sane letture e alle passeggiate in campagna da quando si è saputo che i luoghi in cui si è consumata la storia di Cristiana sono divenuti la meta di pellegrinaggi.
(cfr. Laggiù, nell'inferno dell'eroina, cfr. Giovanni Grazzini, 09/11/1981) 
Sono immagini che ci colpiscono come un uppercut, tuttavia sono immotivate: quali i rapporti di Cristiana con la famiglia, con la società? L'eroina, per quei ragazzi, è una calamità naturale, al pari del terremoto?
(cfr. Nell'inferno con la siringa, di Angelo Falvo, 07/11/1981)

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