martedì 4 luglio 2017

Rod Serling e David Lynch: da "Ai confini della realtà" a "Twin Peaks"



La terza stagione di Twin Peaks firmata interamente da David Lynch e Mark Frost sta facendo discutere tante persone in tutto il mondo, suscitando anche molte critiche da una larga parte degli spettatori che non riconoscono più in queste puntate l'atmosfera della serie degli anni '90. Per fornire alcune indicazioni su come approcciare questi nuovi episodi, si fa riferimento a un modo di raccontare il mistero e l'irrazionale che all'interno della serialità televisiva americana trova uno dei suoi massimi esponenti in un telefilm in bianco e nero ideato alla fine degli anni '50 (decennio spesso citato da Lynch) da Rod Serling (1924-1975), Ai confini della realtà ("The Twilight Zone", lett. "la zona del crepuscolo" o, più liberamente, "la zona grigia", 1959-1965), che divenne oggetto di un forte revival negli USA nel corso degli anni '80 con la produzione di un film e di una nuova serie tv, prodotta dal 1985 al 1989, l'anno in cui venne girato l'episodio pilota di Twin Peaks.


Logo della serie Ai confini della realtà
(fonte)

In 
Ai confini della realtà spesso si raccontava di come persone comuni, inclusi detective e indagatori di vario genere, si ritrovassero alle prese con situazioni che sconfinavano nel paranormale e nell'inspiegabile, con esiti a volte spiazzanti, imprevedibili e a volte perfino inspiegabili, perché non sempre fornivano tutte le risposte alle domande scaturite dalla visione. A quella serie, in almeno due occasioni (incluso il film-prequel Fuoco cammina con me), Twin Peaks si è fortemente avvicinata, seguendo fin dalla versione "internazionale" dell'episodio pilota (cfr. questo articolo del blog) della serie, una struttura narrativa simile a quella di Serling, con un inizio realistico destinato a sconfinare in elementi misteriosi e soprannaturali, che solo nel corso della terza stagione stanno finalmente acquisendo un significato più profondo.

Rod Serling
(fonte)

Tra i numerosi elementi che accomunano Serling, Lynch e Frost vi è anche la predilezione per raccontare opere dai risvolti fantastici, in modo da poter aggirare i vincoli censori imposti dai produttori televisivi e dagli sponsor, potendo così trattare argomenti ritenuti tabù o troppo "disturbanti" per il pubblico televisivo americano, come i lager nazisti nel caso di Serling (l'episodio 3.9, La vendetta del campo [Deaths-Head Revisited], ambientato a Dachau), o l'incesto e gli abusi sessuali in quello di Twin Peaks. In proposito Lynch rilasciò questa dichiarazione, riferendosi alle prime due stagioni della sua serie tv e ai criteri di censura statunitensi:

Qui da noi la violenza passa la censura, diciamo, nove volte su dieci, mentre il sesso, ogni minima allusione sessuale, cozza sempre contro il muro. In Twin Peaks c'erano scene stranissime e violentissime, e passarono. Se una situazione non rientra in pieno nella media riesce a insinuarsi, malgrado possa risultare anche più terrificante e inquietante: non esistono nomi per definirla, e dato che non compare nei codici sfugge a ogni controllo.
(cfr. il libro-intervista Lynch secondo Lynch di Chris Rodley, Baldini & Castoldi, 1998, pag. 249)

La vendetta del campo (Death's Head Revisited),
episodio di Ai confini della realtà

La bomba atomica,
dall'ep. 3.8 di Twin Peaks

Nel caso della terza serie di Twin Peaks, potendo lavorare per una rete tv a pagamento come Showtime (produttrice di serie horror dai contenuti molto forti come Masters of Horror, o di commedie dove il sesso è onnipresente come Californication), Lynch e Frost hanno preteso e ottenuto la massima libertà creativa, giungendo così a trattare perfino il tema della bomba atomica collegandola a Hiroshima nell'ep. 8 della terza stagione, suggerendo questa correlazione per via dell'inserimento di un brano musicale tratto da 
Threnody for the Victims of Hiroshima (1960) di Krzysztof Penderecki (utilizzato anche da Stanley Kubrick in Shining, mentre altri brani del compositore sono presenti nel film L'esorcista), aggirando così l'ostracismo che a Hollywood tuttora pervade la tematica della bomba atomica (trattata ad esempio con un approccio da satira politica in Il dottor Stranamore di Kubrick) e in particolare l'utilizzo che durante la seconda guerra mondiale ne fece il presidente Harry Truman (lo stesso nome dello sceriffo di Twin Peaks), come raccontato in questo articolo del Guardian e in quest'altro dell'Huffington Post; in questo secondo articolo si cita come esempio la travagliata sorte produttiva del film drammatico americano La morte è discesa a Hiroshima ("The Beginning or the End" [L'inizio o la fine], 1947) di Norman Taurog, ambientato nel 1945 e incentrato sullo sviluppo della bomba atomica negli USA, giungendo a raccontare il bombardamento di Hiroshima. L'ostilità verso il trattamento di queste tematiche è poi proseguita nel corso del tempo, basti pensare al caso dell'ostracismo manifestato dalla delegazione americana nei confronti del film giapponese Children of Hiroshima (1952, inedito in Italia) di Kaneto Shindo al festival di Cannes nel 1953 (cfr. questo articolo del blog), oppure alla sorte del film Godzilla (1954) di Ishiro Honda, raccontata in questa pagina del blog.


Dal film Children of Hiroshima di Kaneto Shindo

David Lynch (nel ruolo di Gordon Cole) e la bomba atomica
Dall'ep. 3.7 di Twin Peaks

Tornando all'ep. 8 di Twin Peaks va 
aggiunto che a rendere il tutto ancora più perturbante per il pubblico americano e internazionale, vi è il fatto che il misterioso personaggio del boscaiolo demoniaco abbia un volto che ricorda quello del presidente Abraham Lincoln, circostanza sostenuta dal fatto che l'attore che lo interpreta, Robert Broski, in precedenza abbia interpretato spesso Lincoln in varie circostanze (film, serie tv, cortometraggi, eventi per le scuole e di altro genere negli USA), come da lui stesso raccontato in questa intervista realizzata dall'Hollywood Reporter. Tra l'altro a Lincoln si era già fatto riferimento anche nell'ep. 3 - sul volante dell'auto del Dale Cooper malvagio -, e nell'ep. 6 durante lo spelling della targa dell'auto di Dougie Jones (in questo caso, nell'edizione sottotitolata trasmessa da Sky Atlantic, "Lincoln" è stato erroneamente tradotto con "bacon").


Robert Broski nell'episodio 3.8 di Twin Peaks
L'errore Lincoln/bacon
Dall'ep. 3.6 di Twin Peaks trasmesso da Sky Atlantic

Lincoln, negli USA, è inoltre 
noto col soprannome "The Rail Splitter" (poiché tagliava legna per i binari delle ferrovie), a cui sono associate diverse illustrazioni che lo rappresentano come un giovane boscaiolo intento a tagliare la legna, circostanza a cui va aggiunta anche una curiosa storia secondo la quale Lincoln vide riflesso in uno specchio il proprio doppelgänger, come riportato in questo link.


Una delle illustrazioni che raffigurano Lincoln come un taglialegna
(fonte)

Statua che raffigura Lincoln come un taglialegna
Si trova al Garfield Park di Chicago (Illinois)
(fonte)

Anche Rod Serling fece riferimento a Lincoln in più di un'occasione all'interno di Ai confini della realtà, giungendo perfino a farlo apparire in una particolare circostanza inquietante nell'ep. 3.4, La via del ritorno ("The Passersby"), inserito anche nell'edizione radiofonica della serie, trasmessa in radio negli USA a partire dall'ottobre 2002. Anche la tematica della bomba atomica, venne approcciata in vari modi che andavano dall'immaginare allegorici scenari post-atomici urbani (cfr. l'episodio 3.1, Soli [Two], con Charles Bronson), alle conseguenze sui rapporti sociali di un ipotetico imminente attacco atomico (ep. 3.3 Il rifugio [The Shelter]), passando per il satirico-fantastico con il celebre episodio Tempo di leggere (Time Enough at Last, l'1.8), incentrato sul beffardo destino di un uomo rimasto solo coi propri amati libri dopo una devastante guerra nucleare.



Dall'episodio Tempo di leggere

Serling decise di approcciare tematiche così delicate e importanti attraverso storie con elementi "fantastici", per via dei suoi precedenti scontri con produttori e sponsor avvenuti durante la sua partecipazione creativa a serie ideate e gestite da altre persone, che nel corso degli anni '50, insieme agli sponsor pubblicitari, pretesero da lui l'alterazione delle proprie sceneggiature, imponendogli modifiche che lo lasciarono molto amareggiato. Di queste sue esperienze si trova un resoconto nel libro Qui Studio One (a cura di Guido Aristarco e Paolo Gobetti, 1960, edito da Cinema Nuovo), al cui interno è inserito il suo contributo Come sono diventato uno scrittore televisivo, che venne così recensito nel 1960 da Ugo Buzzolan sulle pagine del quotidiano La Stampa:
Divertenti i suoi accenni alla tirannia della pubblicità: egli ricorda come un programma di novanta minuti della serie "Playhouse 90" (presentata anche al nostro pubblico, di recente, al martedì sera) dovesse dividersi in tante sezioni di 12-13 minuti l'una, separate da un annuncio pubblicitario. "L'effetto complessivo", osserva Serling, "fu quello di una raccolta di brevi pezzi drammatici frantumati e lacerati... Le scene del dramma dovevano chiudersi ogni volta con grande tensione emotiva per permettere l'interruzione, la pubblicità e poi la ripresa della storia. È evidente che una serie di conclusioni ad effetto finisce col diluire l'efficacia di qualsiasi commedia. Il pubblico può abituarsi agli scoppi di bomba e quasi non più accorgersene se questi si ripetono troppe sovente...". (...)
Presentazione del rifacimento italiano di Requiem for a Heavyweight
Si tratta dell'episodio scritto da Serling originalmente per Playhouse 90Il ritaglio è relativo alla messa in onda prevista per il 17/03/1970
Dal Radiocorriere TV n. 11 del 1970
[Sulla tv Buzzolan poi aggiunge che] in tutto il mondo è afflitta dai tipici mali dello sviluppo. "È ancora imperfetta" annota Serling "ancora soffre delle sue fondamentali debolezze e mediocrità. Ma il mezzo è giovane e procede a tentoni. Ancora si debbono imparare nuove tecniche, esaminare nuovi campi e infrangere migliaia di ostacoli che impediscono il cammino. La radio visse per circa vent'anni prima di trovare il proprio posto e tracciare in modo definitivo i limiti delle proprie risorse... Noi che con la tv ci siamo professionalmente identificati sin dall'inizio, non ci siamo arresi. Ci incoraggia il pensiero che esistono ancora molte cose per cui combattere". Ammirevole fiducia, encomiabile entusiasmo. Vorremmo che un po' di questa volontà di "combattere" si trasferisse anche nella nostra tv. Ne basterebbe un briciolo e le cose andrebbero sicuramente meglio.
(cfr. l'articolo Si confessano in un dibattito gli autori della tv americana, di Ugo Buzzolan, La Stampa, 30/04/1960)
Rod Serling nel 1960

Sul tema delle potenzialità della narrazione televisiva, è inoltre interessante conoscere queste parole di Lynch risalenti al 1991 e coerenti con la sua gestione narrativa "imprevedibile" della terza serie di Twin Peaks:

La televisione è un mezzo incredibile. Quando fai un film di due ore, c'è qualcosa che ti fa aderire a una certa struttura. Comincio a credere che almeno inconsciamente tutti sappiano quando c'è una svolta nella storia, quando sta per arrivare il finale. La televisione ti dà invece l'opportunità di curve continue, perché va avanti per chissà quanto. Inizi a conoscere bene i personaggi e a quel punto puoi giocare con variazioni infinite sul tema, puoi esplorare aree incredibili sapendo che i telespettatori continuano a seguirti. 
(cfr. l'articolo-intervista Twin Peaks, di Lorenzo Soria, La Stampa, 8/01/1991)
David Lynch sul set dell'episodio pilota di Twin Peaks
(fonte)

Tornando a Serling e al suo carattere combattivo, fu per via della sua volontà di trovare un modo per aggirare le imposizioni da lui ricevute, che decise di concludere la sua collaborazione a serie tv ideate e curate da altre persone 
(gli scontri con produttori e colleghi gli valsero il soprannome di "giovane uomo arrabbiato di Hollywood"), per poter ideare personalmente un proprio telefilm a sfondo misterioso e fantastico, in modo da lavorare con più autonomia creativa e aggirare i vincoli esistenti sulla rappresentazione drammatiche-realistiche in televisione di tematiche a lui care come il razzismo e la guerra. Da tutto ciò nacque nel 1958 il primo episodio pilota di Ai confini della realtà, The Time Element, storia di un paradosso temporale collegato alla possibilità di poter tornare indietro nel tempo per preannunciare l'attacco dell'esercito giapponese a Pearl Harbor, consentendo così di poterlo sventare o di contrastarlo in modo più efficace.



A questa prima opera che venne inserita dalla rete tv CBS all'interno di un'altra serie tv antologica, Westinghouse Desilu Playhouse (1958-1960), fece seguito un secondo episodio pilota, La barriera della solitudine (Where is Everybody?), che permise l'avvio della produzione di 
Ai confini della realtà, in parte finanziata anche dallo stesso Rod Serling con la sua casa di produzione Cayuga, purtroppo destinata a chiudere per via dei debiti derivanti dai costi di produzione del telefilm, nel quale apparvero perfino risvolti visionari con la rappresentazione di altre dimensioni (cfr. l'ep. 3.26 La bambina perduta [Little Girl Lost]), nonché episodi fortemente sperimentali per l'epoca, come la puntata 2.6 È bello quel che piace (The Eye of the Beholder), in cui una donna rimane per quasi tutto il tempo in un letto d'ospedale con il volto coperto dalle bende, senza inquadrare nemmeno il volto delle persone che la circondano.


Dall'episodio La bambina perduta (Little Girl Lost)
Dall'episodio E' bello quel che piace (The Eye of the Beholder)

La serie, inoltre, coinvolse enormemente Serling, il quale per risparmiare tempo ricorreva alla registrazione della sua voce su nastri magnetici (utilizzando un dittafono), raccontando le idee da sviluppare poi nelle sceneggiature del telefilm, delle quali ne firmò personalmente ben 92. A questa sua abitudine di affidarsi spesso al registratore - circostanza che lo accomuna al personaggio dell'agente Dale Cooper (Kyle MacLachlan) in Twin Peaks -, si allude in modo auto-ironico nell'ultimo episodio della prima stagione di Ai confini della realtà, Un mondo su misura (A World of His Own, scritto da Richard Matheson), incentrato su una vicenda simile a quella raccontata da Stephen King (ammiratore di Serling, come da lui stesso spiegato in queste pagine del saggio Danse Macabre) nel suo racconto Il word-processor degli dei, contenuto nel libro Scheletri (1985).

Rod Serling col suo dittafono nel 1959
(fonte)
Rod Serling con un dittafono
Dall'episodio Un mondo su misura

Dale Cooper e il suo registratore
Dal primo episodio di Twin Peaks
L'inquadratura rappresenta la prima apparizione del personaggio

Nel corso degli episodi di Ai confini della realtà, Rod Serling ripropose più volte la tematica del paradosso temporale (come l'ep. 2.13, Viaggio nel tempo [Back There], in cui si cerca di sventare l'uccisione di Lincoln) e del viaggio nel tempo (coinvolgendo perfino Buster Keaton, nell'episodio 3.13 C'era una volta [Once Upon a Time] che omaggia il cinema comico muto), che è molto amata anche da David Lynch, il quale avrebbe voluto inserirla in Twin Peaks fin dai tempi della produzione delle prime due stagioni, come raccontato in questo articolo del blog a proposito della scena con Annie e Laura Palmer nel film
Fuoco cammina con me.

Laura Palmer e Annie
Da Fuoco cammina con me
Phillip Jeffries (David Bowie)
da Fuoco cammina con me
Proprio Fuoco cammina con me fornisce un interessante parallelismo con Ai confini della realtà, per via della sequenza in cui compare il misterioso agente Phillip Jeffries (David Bowie), che afferma che lui e altri personaggi vivono all'interno di un sogno, concetto riproposto anche nella sequenza con Monica Bellucci inserita nella puntata 14 della terza serie di Twin Peaks. La stessa cosa accade in un episodio del telefilm di Serling, il 2.26 intitolato Il teatro delle ombre (Shadow Play), dove un uomo condannato in tribunale alla pena di morte, afferma che tutto ciò è già avvenuto e che la sua morte provocherebbe la fine del mondo, poiché si tratta di un mondo che vive all'interno di un suo sogno, composto da elementi derivanti dalla sua immaginazione influenzata dai film che ha visto, dai suoi ricordi personali e da alcune incongruenze che ne dimostrano la natura onirica (come l'orologio indossato da un altro condannato a morte), fornendo anche numerose anticipazioni di eventi imminenti, poiché già avvenuti in sogni precedenti. L'uomo, interpretato da Dennis Weaver (in seguito protagonista del film Duel di Steven Spielberg), fornisce in prigione al procuratore, il signor Richie, che lo interroga, la seguente spiegazione di come tutto ciò sia possibile:
È molto semplice. Quando muoio io, muore anche lei. Tutti in questo mondo muoiono in quello stesso momento, perché questo mondo non esiste, è un mio sogno, anzi è un mio incubo. Non riesce a capirlo? (...) È l'unica cosa ad avere un senso logico. Prendiamo lei, per esempio. Lo andrebbe a trovare uno che sta per essere giustiziato nella vita reale? Ma figuriamoci! Non la farebbero entrare! O prendiamo me. Adesso lei non sa di me più di quanto ne sapesse all'inizio di questa storia, sono uno sconosciuto. (...) Ogni sogno si costruisce il suo mondo particolare, signor Richie, è completo! Completo di passato e finché si continua a dormire di futuro! (...) Voi potete dormire e sognare soltanto perché io sogno che lo state facendo! (...) Le dico io qualche cosa signor Richie... lei... lei dorme profondamente? (...) Intendo che lei sogna, vero? (...) E non si è mai fatto male in uno dei suoi sogni, non è mai caduto da una finestra, non è mai stato annegato o torturato? Ma sì, certo! E non, e non si ricorda come tutto quanto le sembrava vero? Non si ricorda di essersi svegliato urlando? Beh, lasci che le faccia una domanda: le piacerebbe svegliarsi ogni notte urlando? A me succede! Perché io sogno lo stesso sogno notte, dopo notte, dopo notte. Questo mi sta accadendo! Cambia un pochino, i ruoli si invertono, ma è sempre lo stesso sogno! Lei deve credermi! Non posso continuare a morire, non posso continuare a morire, non posso continuare a morire! Ho detto la verità signor Richie, la prego! Mi lasci vivere e io vi farò vivere. Vi sognerò ogni notte proprio come adesso. Aspetti un momento, glielo proverò! Sua moglie, le stava cucinando una bistecca, vada a casa e guardi in forno. Ci sarà un'altra cosa! Mi creda!
Dennis Weaver, in primo piano, da Il teatro delle ombre

Ulteriori spunti utili a chiarire la vicenda, vengono forniti anche dalla voce narrante di Serling al termine della puntata:

Sappiamo che un sogno può essere realtà. Ma chi avrebbe mai detto che la realtà poteva essere un sogno? Noi esistiamo, certo, ma come? In che modo? Da esseri umani in carne ed ossa? O facciamo parte del febbrile e complicato incubo di qualcun'altro? Pensateci, e poi chiedetevi se vivete qui, in questo paese, in questo mondo, o se non vivete piuttosto... ai confini della realtà.
Titolo originale della puntata Il teatro delle ombre

La vicenda che presenta alcuni punti in comune anche con l'ipotesi interpretativa del film lynchano Mulholland Drive (2001) che ritiene la prima parte del film un sogno idealizzato del personaggio interpretato da Naomi Watts, la quale nel mondo reale si chiamerebbe in un altro modo e condurrebbe tutt'altro tipo di vita. Va inoltre considerato che la popolarità dell'episodio della serie di Serling, fu sostenuta dal fatto che esso divenne 
oggetto di un remake all'interno dell'edizione degli anni '80 di Ai confini della realtà, venendo riproposto nella prima parte dell'ep. 1.23 (trasmesso nel 1986) della nuova serie, che nella sigla di testa includeva anche un riferimento alla bomba atomica.


Cofanetto dvd americano della serie anni '80

L'esplosione di una bomba atomica
Dalla sigla di testa di Ai confini della realtà (edizione anni '80)

Come detto all'inizio di questo articolo, gli anni '80 segnarono il revival di Ai confini della realtà e la produzione di altre serie antologiche sulla sua falsariga, come Un salto nel buio (Tales from Darkside, 1984-1988, aka "Codice mistero"; alla serie fece seguito nel 1990 il film I delitti del gatto nero) e Tales from the Crypt ("I racconti della cripta" e altri titoli italiani, 1989-1996; di un episodio, il 3.2 "Carrion Death" ["L'avvoltoio"], è protagonista Kyle MacLachlan, nel ruolo di un detenuto in fuga nel deserto) quest'ultima prodotta dalla HBO, un network satellitare a pagamento che propose anche a David Lynch di cimentarsi con una serie antologica, circostanza che portò alla realizzati di Hotel Room (1993), della quale vennero purtroppo girati solo tre episodi (raccolti in una vhs edita in Italia negli anni '90), ambientati in epoche diverse ma tutti all'interno della stessa camera d'albergo, l'ultimo dei quali intitolato "Blackout" e dallo stile teatrale-sperimentale per gli standard televisivi.



Hotel Room
Nel primo episodio c'è Harry Dean Stanton, attore presente anche nella saga di Twin Peaks
(fonte)

Kyle MacLachlan in Tales from the Crypt
L'episodio venne inserito in Italia nel vol. 3 della serie in vhs edita da Deltavideo nel 1995

Nel 1988, inoltre, David Lynch venne anche intervistato dalla rivista Rod Serling's The Twilight Zone...




CONTINUA




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