domenica 21 marzo 2021

Nino Manfredi: progetto per una rassegna cinematografica mai realizzata




In occasione dell'anniversario dei 100 anni dalla nascita di Nino Manfredi (22 marzo 1921 - 4 giugno 2004), colgo l'occasione per pubblicare sul blog il mio progetto di una retrospettiva cinematografica che realizzai nell'anno della sua morte, durante un tirocinio universitario svolto presso la Cineteca di Bologna, che era volto alla progettazione di una rassegna cinematografica avente per tema il cinema di genere italiano. Avanzai due proposte, una su Nino Manfredi - per via della sua scomparsa - e un'altra sul regista Mario Bava - da realizzare sulla scia della retrospettiva Italian Kings of the B's - Storia Segreta del Cinema Italiano, patrocinata da Quentin Tarantino e Joe Dante alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2004 -, ma senza che nessuno dei due progetti riuscì a concretizzarsi.
Si presenta dunque il testo che avevo preparato per il progetto, basato sui materiali a disposizione, della rassegna dedicata a Nino Manfredi nel 2004.


Nino Manfredi
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Il 4 giugno scorso, dopo una lunga malattia, si è spento, in un ospedale di Roma, Nino Manfredi, l'ultimo dei grandi interpreti della grande stagione del cinema italiano. Tuttavia la sua scomparsa non è bastata a garantire al suo ultimo lavoro cinematografico la giusta attenzione che esso meritava. La fine di un mistero (girato in Spagna da Miguel Hermoso; titolo spagnolo: "La luz prodigiosa"), dopo una proiezione speciale alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2003 e la conquista di diversi premi in festival internazionali (Mosca, Los Angeles,...), è infatti uscito il 24 settembre scorso nei cinema nostrani senza riuscire a destare l'interesse della critica e del pubblico, anche a causa di una pessima operazione distributiva.

Per rendere un doveroso omaggio a uno dei più importanti protagonisti del cinema italiano dagli anni '60 ad oggi, si è scelto di collegare a La fine di un mistero, una breve rassegna di alcune tra le migliori interpretazioni di Nino Manfredi, che ancora oggi dimostrano allo spettatore la grande adattabilità ai diversi registri della commedia e del dramma, che era propria di questo grande attore.

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QUESTA VOLTA PARLIAMO DI UOMINI (1965) di Lina Wertmüller. Commedia in 4 episodi in cui Manfredi è il mattatore assoluto, interpretando quattro personaggi molto diversi tra loro, ma accomunati dalla loro misoginia: un borghese romano che scopre i furti della moglie, un lanciatore di coltelli con problemi di vista che usa la propria consorte come assistente, un uomo che sventa il piano uxoricida della propria compagna dandole ripetutamente della "cretina", e infine la routine quotidiana di un ciociaro disoccupato che vive grazie al lavoro e alle fatiche della moglie. Grazie a questo film, Manfredi ha ottenuto il primo Nastro d'Argento come miglior attore della sua carriera.

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PER GRAZIA RICEVUTA
(1971) di Nino Manfredi. Delle tre regie curate da Manfredi (le altre sono l'episodio L'avventura di un soldato inserito ne L'amore difficile [1962] e il film Nudo di donna [1981]), questa è la più rappresentativa e autobiografica. In seguito ai continui rifiuti dei registi a cui veniva sottoposto il copione del film, Manfredi scelse di dirigere personalmente il soggetto da lui scritto. A nessuno sembrava interessare la storia di un uomo che, a causa di una repressiva educazione religiosa ricevuta da bambino, ha dovuto attendere l'incontro con un farmacista ateo (interpretato da un indimenticabile Lionel Stander) per liberarsi delle proprie costrizioni psicologiche e iniziare a vivere veramente. Quella che sulla carta sembrava un'operazione fallimentare si trasformò invece in un grande successo di pubblico (quasi quattro miliardi di incasso solo in Italia) e di critica nazionale (ci fu chi parlò di "bergmanismo alla ciociara" per questo film) e internazionale, riuscendo persino a vincere il premio per la migliore opera prima al Festival di Cannes del 1971

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PANE E CIOCCOLATA
(1974) di Franco Brusati. Nonostante le continue discussioni intercorse tra Manfredi e Brusati durante e dopo la lavorazione di questo film, Pane e Cioccolata è, secondo molti, la migliore interpretazione dell'attore ciociaro. Manfredi qui interpreta Giovanni "Nino" Garofali, italiano emigrato in Svizzera alla ricerca di un lavoro per mantenere la propria famiglia. Dopo aver urinato in un luogo pubblico, perde il tanto ambito posto da cameriere ed ha inizio una vera e propria odissea infernale, alla ricerca di un lavoro e di uno spazio che gli consentano di assumere una propria identità. Dopo l'incontro con alcuni immigrati italiani che vivono in un pollaio e un tentativo di fingersi cittadino austriaco, Garofali finisce per ritrovarsi solo, senza un posto in cui poter andare (tornare in Italia sarebbe come ammettere la propria sconfitta definitiva), ma deciso a non mollare, proseguendo la lotta per trovare un proprio posto all'interno della società. Più volte alcuni critici italiani e stranieri hanno paragonato il Garofali di Manfredi al Vagabondo ("The Tramp") di Charlie Chaplin (che Manfredi considerava come uno dei suoi più grandi maestri), dato che entrambi sono due emarginati che nonostante i continui tentativi fallimentari di trovarsi un lavoro, non smettono mai di perdere la propria ostinazione e la propria fiducia nel futuro. Grazie all'ostinazione di Brusati, Pane e Cioccolata riuscì ad essere distribuito anche all'estero (Stati Uniti compresi) ottenendo quasi ovunque una calda accoglienza di critica (molti sono infatti i riconoscimenti internazionali assegnati al film) e di pubblico.

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C'ERAVAMO TANTO AMATI
(1974) di Ettore Scola. Antonio (Manfredi), Gianni (Vittorio Gassman) e Nicola (Stefano Satta Flores). Tre amici che, tra litigi e riappacificazioni, attraversano la storia d'Italia dalla Resistenza alle contestazioni degli anni ‘70. Tre persone totalmente diverse tra loro: di buoni principi e coerente con se stesso il primo, arrivista ed egoista il secondo, intellettuale cinefilo e fallimentare il terzo. Ma soprattutto tre interpretazioni indimenticabili e insuperabili di questi tre grandi attori, tutti perfetti nei ruoli a loro assegnati da Scola. Un viaggio attraverso le epoche, che costituisce uno dei più grandi atti d'amore verso il cinema italiano e che oggi rappresenta, probabilmente meglio di qualsiasi altra pellicola, il periodo d'oro della commedia italiana. Dei tre protagonisti l'Antonio di Manfredi è l'unica figura positiva, che, nonostante le continue delusioni e i ripetuti tradimenti, non rinuncia all'amicizia con Gianni e Nicola, e all'amore per Luciana (Stefania Sandrelli), la donna che accompagna i tre amici attraverso lo scorrere del tempo.

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BRUTTI, SPORCHI E CATTIVI (1976) di Ettore Scola. Per raccontare questa storia pasoliniana di una famiglia di sfollati che vive in baracche alla periferia di Roma, Scola affida il ruolo del tirannico capofamiglia a Manfredi, unico attore circondato da non professionisti. Per la costruzione del personaggio di Giacinto Mazzatella, un vecchio privo di un occhio che deve costantemente difendersi dai tentativi di omicidio dei propri famigliari, Manfredi si rifà alle sue passate esperienze teatrali, cercando di trovare dei punti di riferimento in Brecht e Shakespeare, e creando così una base intorno alla quale far ruotare l'improvvisazione degli altri attori. Nonostante questo, anche Manfredi ha dovuto far più volte ricorso all'improvvisazione sul set, per evitare di far affiorare le differenze tra lui e gli altri interpreti. Partendo da queste premesse, l'attore ciociaro ha realizzato una delle sue interpretazioni più convincenti, tanto che un critico francese giunse a scrivere che nel film l'unico sfollato vero sembrava Manfredi, nonostante esso fosse l'unico a fingere.

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IL GIOCATTOLO (1979) di Giuliano Montaldo. Quando negli anni '70 si iniziò a diffondere tra gli italiani un interesse ossessivo per le armi da fuoco, viste come le uniche in grado di garantire sicurezza e protezione ai cittadini, Montaldo e Manfredi (laureato in giurisprudenza) scrissero la sceneggiatura di questo film, duro atto d'accusa verso il possesso privato di pistole e fucili. Vittorio Barletta (Manfredi) è un uomo mite, sposato, senza figli, costretto a sottostare al volere del proprio superiore nel lavoro e che come hobby colleziona orologi. Una persona tranquilla fino al giorno in cui, recatosi a far la spesa al supermercato, non rimane coinvolto in una sparatoria tra rapinatori e poliziotti finendo per rimanere ferito ad una gamba. Durante la riabilitazione fisica, Barletta stringe amicizia con un poliziotto, Sauro Civera (un intenso Vittorio Mezzogiorno), al quale manifesta il bisogno di acquistare una pistola per poter continuare a vivere serenamente. Nonostante la disapprovazione dell'amico, Barletta compra l’arma e dopo aver assistito impotente alla morte di Sauro, finisce per essere coinvolto in una spirale di morte e violenza dalla quale non sembra esserci via d'uscita.

Manfredi rende magistralmente il graduale cambiamento di Barletta, da cittadino mite e impaurito a psicotico collezionista di armi, incapace di accorgersi del dolore continuo arrecato alla propria moglie, riuscendo così a colmare con la sua interpretazione, i difetti che il film presenta in alcuni momenti. 

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CAFE' EXPRESS
(1980) di Nanni Loy. Michele Abbagnano (Manfredi) è un venditore abusivo di caffè sui treni italiani, costretto a vivere in questo modo dalla sua condizione di disoccupato con un braccio di legno e un figlio a carico. Costretto a sfuggire continuamente ai controllori dei treni, la sua condizione si aggrava quando viene preso di mira da un trio di malviventi determinati a metterlo nei guai.

Manfredi considerava Abbagnano come la sua interpretazione più difficile. Perennemente sospeso tra dramma e ironia, il protagonista di Cafè Express costituisce il vero motore del film e consente all'attore ciociaro di recitare in un modo misurato e pirandelliano degno di Eduardo De Filippo, il quale, infatti, riteneva che Manfredi potesse essere un suo erede.

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LA FINE DI UN MISTERO (2003) di Miguel Hermoso. Durante la guerra civile spagnola, il pastore Joaquin (Alfredo Landa) si prende cura di un uomo (Manfredi) ferito alla testa e privo di memoria. Dopo averlo abbandonato, Joaquin rincontra quell'uomo dopo molti anni e finisce per convincersi che la persona che salvò anni prima potrebbe essere il poeta Federico García Lorca.

Il film costituisce l'ultima fatica di Manfredi, che qui recita pur se già malato. Un' interpretazione basata soprattutto sulla gestualità e sulle capacità espressive dello sguardo dell'attore ciociaro, che compie così un ulteriore omaggio a Chaplin, uno dei suoi più grandi maestri. Riguardo all'interpretazione di Manfredi, Tullio Kezich ha infatti scritto: "E' lo sguardo a riflettere tutto ciò che non viene detto, a riferire dei trascorsi di una vita negata, a vibrare di emozione al richiamo di un verso o di una canzone". In questo caso attore e personaggio sembrano fondersi, rendendo quasi impossibile la distinzione tra la realtà delle condizioni di salute di Manfredi e la finzione del personaggio. Per citare ancora Kezich "Manfredi si congeda alla grande" e dona agli spettatori di oggi e di domani l'ultima grande prova del suo talento.

Nino Manfredi e il caffè
(fonte)


[Al momento non mi è stato possibile risalire con precisione all'articolo da cui provengono le parole di Kezich, ma quando riuscirò a individuarlo, provvederò prontamente a fornire i riferimenti completi sulla fonte giornalistica delle sue parole]

P.S. Per quello che riguarda Mario Bava, segnalo il documentario americano Mario Bava: Maestro of the Macabre (2000) di Charles Preece, visionabile a questo link di YouTube. Per la retrospettiva Italian Kings of the B's - Storia segreta del cinema italiano che si tenne alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2004, segnalo questo video presente sul mio canale YouTube, dove c'è un estratto dalla seconda conferenza stampa collegata a quella retrospettiva, con la partecipazione dei registi Quentin Tarantino, Joe Dante, Umberto Lenzi e Sergio Martino.

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