domenica 7 febbraio 2016

Akira - Il film di Katsuhiro Otomo e la critica cinematografica italiana



Prosegue l'approfondimento sul film Akira (1988) di Katsuhiro Otomo, con un breve resoconto dei commenti della critica cinematografica riscossi dall'arrivo del lungometraggio nel nostro paese, durante gli anni '90.


Nel 1990 - anno in cui ha inizio, nel nostro paese, la pubblicazione del manga di Akira, da parte della casa editrice Glénat Italia - hanno luogo delle proiezioni del film in alcuni festival italiani, come raccontato nel seguente e interessante estratto da un articolo - proveniente dal quotidiano L'Unità - di Renato Pallavicini, in cui il giornalista coglie innanzitutto l'occasione per rammentare e criticare le polemiche che colpirono le prime serie animate nipponiche di fantascienza apparse nel nostro paese:
Brutti, rozzi, e dozzinali. Ma anche diseducativi e violenti. Una delle tante crociate contro cartoon e fumetti, qualche anno fa, fu rivolta contro i disegni animati giapponesi. Allora si chiamavano Mazinga o Ufo-Robot [Goldrake]. Poi, col passare degli anni, i personaggi si sono moltiplicati e in qualche caso modificati. Eppure il loro dominio prosegue incontrastato. Segno che quelle crociate, oltre che inutili, avevano le armi spuntate: segno, forse, che i nostri programmatori tv non hanno opposto nessuna resistenza, magari promuovendo l'animazione nostrana; ma segno, anche, che quei cartoon qualcosa di buono ce l'avevano. (...)
Quella che era stata scambiata per una moda o per una sorta di colonizzazione culturale (e qualche rischio c'è pur sempre) si è trasformata in uno stile e in un linguaggio che, prima quei bambini e oggi questi adolescenti, hanno riconosciuto come proprio. (...)
Tra i prodotti più recenti Akira è sicuramente uno dei risultati più alti. Nato per mano di Katsuhiro Otomo, prima come fumetto (un lunghissimo serial di oltre 1800 tavole), è diventato in seguito un lungometraggio a disegni animati di oltre 2 ore. Uscito un paio di anni fa, passato con grande successo l'anno scorso in Usa, da noi non è ancora arrivato. Anzi non si sa neppure se riuscirà a trovare un distributore. Ed è un vero peccato. Per ora dobbiamo accontentarci della versione a fumetti (la pubblica in albi mensili la Glénat Italia), anche se di recente, nel corso della rassegna "Lucca 90 a Roma" se ne è potuta vedere una copia in cassetta ed in originale.
Vhs britannica del 1991
Akira non è un film facile, come non è facile la storia che narra. (...) Realizzato con grande tecnica, Akira è un film violento e colpisce come un pugno allo stomaco. Quei ragazzini che uccidono, stuprano e si drogano con estrema facilità, sono duri da digerire. A maggior ragione se a proporceli è un "media" come il cartoon e non le quotidiane e asettiche cronache televisive. Il film è un'inquietante anticipazione su un ipotetico futuro, ma al tempo stesso è una dolorosa metafora su di una generazione e su di un popolo, quello giapponese, che è l'unico ad aver conosciuto le conseguenze di un conflitto atomico. I bambini paranormali con la faccia avvizzita come vecchi novantenni di Akira portano su di sé l'orrore di Hiroshima e Nagasaki.
(cfr. Qui Giappone: Akira & Co. ragazzi terribili del dopobomba, di Renato Pallavicini, L'Unità, 6/12/1990)
Vhs italiana della Multivision (1992)

Sarà sempre Pallavicini, nella primavera del 1992, a recensire in modo molto positivo, il film di Otomo al momento della sua effettiva distribuzione nei cinema del nostro paese:
Si potrebbe cominciare dalle cifre che abitualmente accompagnano le superproduzioni (...) oppure meno roboantemente riportare un'affermazione del suo stesso autore: "Sono francamente sorpreso dall'accoglienza che l'Occidente ha riservato ad Akira perché io mi sono rivolto specificatamente ad un pubblico giapponese e non al mondo intero".
Eppure Akira lungometraggio di animazione di Katsuhiro Otomo che finalmente è approdato sui nostri schermi distribuito dalla Eagle (l'anno di produzione è il 1988) arriva preceduto dall'aura di film culto e dai pingui incassi ai botteghini che l'hanno accompagnato proprio in Occidente (America ed Europa), il che ha contribuito a far crescere e a far sembrare ancora più lunga l'attesa del pubblico italiano (soprattutto giovani e giovanissimi) solo in parte soddisfatta da precedenti anteprime in vari festival e rassegne.
Diciamo subito che le aspettative almeno di "quel" pubblico non andranno deluse. Akira è un film di rara potenza visiva una festa per gli occhi, festa macabra e corrusa intrisa di violenza solo parzialmente attenuata da una "finzione nella finzione" come quella dei cartoni animati. Ma aggiungiamo anche che l'eccessiva lunghezza (124 minuti) e un frastornante finale (anche un po' incomprensibile) nuocciono non poco alla sua piena riuscita. Del resto sintetizzare le oltre 1800 tavole del fumetto da cui è tratto Akira (in Italia pubblicato da Glénat) non era certo impresa facile. (...)
Locandina di "Fragole e sangue" (1970)
Akira è un'abile miscela di citazioni cinematografiche più o meno esplicite. Dai più evidenti rimandi a Blade Runner, Rollercoaster [si tratta di Rollercoaster - Il grande brivido (1977), incentrato su attacchi terroristici organizzati da un giovane ai danni di parchi di divertimenti], Mad Max, e 2001 Odissea nello spazio (soprattutto il finale), a quelli più nascosti come Easy Rider o Fragole e sangue (il ribellismo dei campus [e anche il rapporto tra Kaneda e Kay, che vede il primo interessarsi alla seconda per attrazione fisica, ritrovandosi poi coinvolto nelle attività "politiche" della ragazza]), Akira è un film sulla violenza e la vertigine urbana sublimate in un iperrealismo estetizzante (dalle forme avveniristiche delle motociclette ai plastici schizzi di sangue), ma è anche un apologo sul disagio giovanile e sull'amicizia che pure in quel disagio può fiorire. Akira è poi un'opera a cartoni animati di grande tecnica (anche se qualcuno potrà non digerire lo "stile" giapponese) e di cui non potranno non tenere conto i futuri film di animazione. Ma Akira è soprattutto inquietante. Quei ragazzi che uccidono, stuprano e si drogano con estrema facilità (ma il fumetto è ancora più crudo del film) sono duri da digerire. A maggior ragione se a proporceli è un "media" come il cartoon e non le quotidiane cronache televisive [l'articolo poi si conclude con le stesse annotazioni finali di quello già pubblicato nel 1990].
(cfr. Akira, mistici e violenti nella Tokio del 2019, di Renato Pallavicini, L'Unità, 24/03/1992)
Kay e Kaneda, illustrazione di Otomo

Purtroppo il film di Otomo non riesce a ottenere la stessa attenzione e lo stesso interesse anche da parte di altre testate giornalistiche. Il Corriere della Sera, ad esempio, dedica alla pellicola solo un breve trafiletto tra le uscite cinematografiche, assegnandogli due "pallini":


Corriere della Sera, 07/05/1992

Sulle pagine di Repubblica, invece, il film riceve una dura critica da parte di Oscar Cosulich, il quale, in
questo suo articolo, definisce "inesistente" l'introspezione psicologica dei personaggi (non tenendo quindi conto, ad esempio, dei tormenti interiori di Tetsuo e del suo forte complesso di inferiorità nei confronti di Kaneda), e giudica "assolutamente fuori luogo nel contesto ipertecnologico della pellicola" i riferimenti a film hollywoodiani come Cinque pezzi faciliEasy Rider, Gangster Story e Fragole e sangue (gli ultimi tre sono film molto apprezzati da Otomo e molto influenti su di lui, come indicato in questo articolo inglese).

Come notato da Pallavicini su L'Unità, quei riferimenti cinematografici sono parte integrante del futuro ideato da Otomo, il quale ha compiuto un'operazione artistica simile a quella effettuata da Ridley Scott per Blade Runner, analogia sottolineata anche dal fatto che entrambi i film sono ambientati nel 2019. Mentre in Blade Runner è il noir americano anni '40 a essere traslato nel futuro, nel film (e nel manga) di Otomo è il cinema hollywoodiano post-'68 (il cosiddetto "new american cinema", molto amato da Otomo in gioventù) ad essere trasposto nel futuro, poiché correlato al clima della Tokyo degli anni '70, come dichiarato dallo stesso artista giapponese: "quando arrivai a Tokyo [negli anni '70] c'erano così tante persone interessanti in circolazione, così ho pensato di provare a raccontare ciò che vidi lì: l'ambiente, le manifestazioni studentesche, i motociclisti, i movimenti politici, i gangster, i giovani senza casa... Questi erano tutti aspetti dell'ambiente di Tokyo che mi attorniava. Ho proiettato tutti questi elementi nel futuro, per mezzo della fantascienza(cfr. il documentario Manga!, prodotto dalla BBC nel 1994 e qui recensito da Helen McCarthy).

Edizione americana del manga, a cura della linea "Epic" della Marvel Comics

Tornando agli articoli italiani dedicati ad Akira nel 1992, una maggiore attenzione viene rivolta al film sul quotidiano La Stampa, che ne annuncia la presenza tra le pellicole uscite nei cinema italiani nel periodo pasquale, in cui tornò nelle sale il classico disneyano Biancaneve e i sette nani (1937), anch'esso oggetto di polemiche, censure e contestazioni ai tempi della sua prima distribuzione cinematografica internazionale (cfr. questo articolo del blog):
Un altro cartone animato è Akira di Katsuhiro Otomo. Ma qui niente sdolcinature o impianto favolistico: ci troviamo, invece, dalle parti di Blade Runner, con bande di motociclisti, bassifondi degradati, grattacieli futuristi. Realizzato in chiave iperrealista, Akira è l'adattamento di una "manga" [declinato al femminile], cioè di un popolarissimo fumetto giapponese. Lungometraggio costosissimo, utilizza 160 mila disegni e 327 colori, cinquanta dei quali creati su precisa richiesta del regista che voleva imporre una forte chiave visionaria alla sua opera.
(cfr. Sordi nell'uovo pasquale, di Loredana Leconte, La Stampa, 17/04/1992)
Copertina della prima edizione nipponica del film in Laser Disc,
distribuita a partire dal 15 dicembre 1988

Sempre da La Stampa proviene la seguente recensione di Akira:
Si tratta di un'avventura fantascientifica svolta come un incubo e piena di violenza: tant'è vero che il primo a sconsigliarne la visione ai bambini è stato proprio il regista non dando il permesso ai suoi figli di vedere il film. (...)
A introdurci nei meandri di questa megalopoli alla "Blade Runner" è il giovane capoganga Kaneda che cerca il suo compagno Tetsuo, rimasto ferito in un incidente e poi rapito per far da cavia nel misterioso "Progetto Akira". Nel tentativo di salvare l'amico, Kaneda si trova di fronte a qualcosa che sfugge alla sua comprensione, e in verità anche alla nostra. Siamo dalle parti di un "2001 - Odissea nello Spazio", ispirato certamente dallo spettro di Hiroshima: nel finale catartico si configura, attraverso la distruzione e il rifluire della materia in pura energia, una rigenerazione metafisica, una fusione dell'io nel cosmo.
Realizzato in chiave iperrealista, fra "Mazinga" e i fantascientifici americani, "Akira" è un film stilisticamente complesso che utilizza 160 mila disegni e 327 colori, 50 dei quali creati su precisa richiesta del regista per poter variare a scelta un registro naturalista e quello visionario. Tuttavia il costoso lungometraggio, forse perché strutturato come un fumetto più che come un disegno d'animazione, forse perché legato ad una logica di gusto orientale, risulta affascinante quadro per quadro e poco avvincente nel ritmo narrativo.
(cfr. Adesso "Blade Runner" vive in Giappone - È un fumetto animato, di Alessandra Levantesi, La Stampa, 16/04/1992)
Edizione nipponica in Laser Disc della Pioneer, distribuita a partire dal 23 marzo 1993
(fonte)

Malgrado il ritardo di 4 anni nella distribuzione, i problemi dell'edizione italiana (su cui gravarono tagli, una traduzione infedele dei dialoghi originali ed errori nell'assegnazione dei doppiatori italiani dei personaggi), i pareri contrastanti della critica e lo scarso riscontro di pubblico nei cinema, Akira e Otomo iniziarono a farsi conoscere nel nostro paese da appassionati e addetti ai lavori, permettendo al fumettista/regista di essere invitato, nel 1996, al festival Cartoombria di Perugia per presentare il film Memories (1995), occasione in cui, a proposito dei difficili temi trattati nelle sue opere animate e cartacee, dichiarò al giornalista Pallavicini: "'Ogni cosa costruita, anche la più perfetta, prima o poi arriva alla fine. In fondo, nei miei fumetti e nei miei film non faccio altro che accelerare questa distruzione'. (...) 'Il pessimismo - spiega Otomo - fa parte della personalità giapponese, così - dice - siamo più corazzati di fronte alle disgrazie che ci possono capitare. E poi l'ottimismo, l'happy end di marca hollywoodiana sono il perfezionamento di una storia e concludere bene una storia significa non lasciare spunti per proseguirla, per aprire nuovi sviluppi'" (cfr. Cara Disney, perché ci copi?, di Renato Pallavicini, L'Unità, 29/09/1996); riflessione finale che dimostra ulteriormente quanto Otomo sia legato alla produzione artistica cinematografica americana degli anni '70, al cui interno erano spesso presenti storie che si concludevano con la sconfitta o con la morte dei personaggi principali, proprio come accade in Easy Rider e Gangster Story.


Nessun commento:

Posta un commento