sabato 11 gennaio 2014

Marianne de ma jeunesse - Lo strano caso di Julien Duvivier, cineasta amato da Leiji Matsumoto (prima parte)



Fin dai tempi della sua prima intervista italiana realizzata per il n. 2 della rivista Man-Ga! (dicembre 1997), il fumettista Leiji Matsumoto, autore di Capitan Harlock e Galaxy Express 999, ha spiegato di essersi ispirato al film francese Marianne de ma jeunesse - lett. "Marianne della mia giovinezza", prodotto nel 1955 e basato sul romanzo tedesco del 1932, Schmerzliches Arkadien [titolo francese: "Douloureuse Arcadie", "Dolorosa Arcadia"],  di Peter de Mendelssohn -, ribadendo continuamente, nelle numerose interviste rilasciate in tutto il mondo nel corso dei decenni successivi, quanto quel film sia stato importante e influente per la sua attività creativa. Tuttavia ad oggi, nel nostro paese, non è mai stato approfondito il legame tra quel lungometraggio e le opere di Matsumoto, poiché è un film rimasto inedito in Italia, diretto da un regista da noi noto per tutt'altra tipologia di pellicole: si tratta di Julien Duvivier, autore dei primi due capitoli della saga di Don Camillo con Fernandel e Gino Cervi.


Locandina francese di Don Camillo

Gran parte dell'oblio e del disinteresse mediatico e critico, che in Italia circondano la filmografia di Duvivier è dovuto proprio al grande successo ottenuto dai suoi film di Don Camillo - Don Camillo del 1952 e Il ritorno di Don Camillo del 1953, entrambe coproduzioni italo-francesi distribuite anche in Giappone -, che, malgrado i grandi incassi al botteghino in Italia, vennero pesantemente e ferocemente stroncati da molti critici italiani, i quali, inoltre, seguendo rigidamente quella corrente di pensiero della critica cinematografica (la "politica degli autori") che vuole le opere di un regista indissolubilmente legate tra loro a un punto tale che, nel caso della produzione di pellicole che appaiono poco convincenti, si rimetta in discussione l'intera carriera del regista, procedendo al ridimensionamento, ad ignorare e/o a stroncare anche quei film che, in precedenza, vennero ritenuti, dalla stessa critica, opere di qualità. Valga come esempio emblematico quanto scrisse Ferdinando Rocco sulla rivista Ferrania (maggio 1953): "Nel quadro della produzione di un regista sceso oggi al livello di un Don Camillo, si impone una revisione severa e radicale dei suoi film e dei giudizi pronunciati a suo tempo su di essi"; a cui si aggiunse un ancor più lapidario Tullio Kezich: "Non ci stupisce che Duvivier sia oggi approdato ai vari Don Camillo. (...) Nessun regista che abbia così bassa stima del proprio mondo poetico e della propria coerenza interiore può chiedere di essere preso sul serio".


Copertina del libro su Duvivier,
curato da Aldo Tassone

Anche nel suo paese natìo, la Francia, Duvivier è stato oggetto delle pesanti critiche lanciate a lui e ai cineasti della sua generazione - come Marcel Carné, la cui collaborazione con lo sceneggiatore e scrittore Jaques Prévért fu molto influente su Isao Takahata -, dai critici dei Cahiers du Cinema, incluso François Truffaut, e di altre riviste che, negli anni '50, presero di mira il "vecchio" cinema francese girato negli studi di produzione, preferendogli una nuova concezione del racconto cinematografico - destinata a incarnarsi nei film della "Nouvelle Vague", diretti da registi come lo stesso Truffaut, Jean-Luc Godard e Claude Chabrol -, influenzata dal neorealismo italiano e dal noir hollywoodiano, girata in ambienti reali, con dialoghi naturali e realistici, e non più letterari. Le critiche dei Cahiers, unite alla predilezione della rivista per il cinema di Jean Renoir (coetaneo di Duvivier, ma amato e sostenuto da Truffaut e dai suoi colleghi), l'attenzione internazionale (di pubblico e di critica) suscitata dai film della Nouvelle Vague, e la graduale scomparsa dei film di Duvivier dagli schermi tv, dal mercato dell'home video e dai festival, unita alle rare pubblicazioni a lui dedicate, hanno fatto sì che molte delle sue pellicole divenissero "invisibili", dimenticate, snobbate o sottovalutate.

Marianne de ma jeunesse,
locandina giapponese (fonte)

Parallelamente a tutto questo e senza che l'opinione pubblica europea ne fosse a conoscenza, i film di Duvivier suscitarono un enorme interesse di pubblico e critica in Giappone, di cui si è venuti al corrente grazie alle dichiarazioni di Leiji Matsumoto rilasciate in Italia e in Francia, e a quanto scritto nel saggio Julien Duvivier (edito da Il Castoro nel 1996, dove a pag. 107 e 114 sono rispettivamente riportati i sopracitati giudizi di Rocco e Kezich), curato da Aldo Tassone - autore di un'importante monografia su Akira Kurosawa, del quale curò e ampliò, su richiesta del regista nipponico, anche l'autobiografia -, e attualmente di difficile reperibilità. Dal libro curato da Tassone, emerge in modo chiaro l'interesse del pubblico giapponese verso il cinema di Duvivier, come testimoniato dalle seguenti parole del figlio (Christian) del regista: "Mio padre è sempre stato più apprezzato in Giappone che in Francia. Riceveva lettere incredibili, del tipo 'Signore, ho imparato il francese solo per poterle scrivere!'. Dopo la guerra, in Giappone ci fu un referendum sui registi preferiti dal pubblico: Duvivier era al primo posto, insieme a King Vidor. Mi ricordo di un giapponese che è venuto a trovarmi per annunciarmi che stava scrivendo il "tredicesimo" libro su Julien Duvivier! [In Giappone vennero pubblicate numerose monografie sul regista]", (cfr. p. 146). In aggiunta a tutto ciò, Tassone descrive il caso di un film di Duvivier, Le paquebot "Tenacity" (1934, inedito), di cui negli anni '80 era reperibile, in tutto il mondo, solo una copia in Giappone. Per volontà di Patrick Brion, presentatore di una rassegna dedicata al regista per la tv francese FR3, fu proprio quella copia ad essere trasmessa sui teleschermi d'oltralpe, con audio francese e sottotitoli in giapponese, come ricordato anche a pag. 155 del libro Julien Duvivier - Le mal aimant du cinéma français vol. 1: 1896-1940 di Eric Bonnefille (consultabile su Google Libri), dove è indicata anche la data di quella messa in onda: il 19/01/1986.


 Il romanzo da cui è tratto Marianne de ma jeunesse
(fonte)

Nel volume curato da Tassone, oltre alle numerose stroncature subite dal regista in Italia e in Francia - ad es. "I due Don Camillo rappresentano senz'altro il risultato più deprimente di tutta la sua carriera. In seguito il regista non riuscirà ad uscire dalla mediocrità", pag. 111, tratto dal Dizionario Cinema di tutto il mondo, edito negli Oscar Mondadori nel 1978; oppure "Chi parlerà di Don Camillo tra due anni? (...) Un film ben misero fa successo in questo freddo inizio di stagione, accontentando anche gli spettatori più smaliziati", pag. 122, da Positif n. 4, agosto 1952 -, si citano anche alcuni interventi a favore di Duvivier, come queste dichiarazioni di Mario Monicelli, che riteneva Duvivier un modello per i cineasti italiani della sua generazione: Era un narratore nato, dinamico, un gran creatore di caratteri. (...) La bella brigata [1936] è un film straordinario che ho inconsciamente imitato: anch'io come Duvivier adoro le storie di gruppi che si mettono in testa un'impresa più grande di loro e falliscono (cfr. pag. 100 e I soliti ignoti di Monicelli). Siccome cambiava continuamente genere, i critici decisero che non era un Autore. (...) Non ho mai capito cosa intendano i critici per 'eclettico': poco importa se un autore cambia genere, quello che conta è la qualità delle opere, e di film splendidi Duvivier ne ha fatti tanti. Personalmente sarei contento di arrivargli alle ginocchia" (cfr. pp. 113-114).


Locandina della versione tedesca di "Marianne"

A fare le spese del clima ostile da parte della critica che si era creato attorno a Duvivier - cinesta che si è spesso occupato di storie ciniche, pessimiste, con personaggi destinati ad essere sconfitti, ma dell'amicizia virile tra uomini e della solidarietà umana; tutte caratteristiche che lo avvicinano molto alle opere di Matsumoto -, è proprio il film Marianne de ma jeunesse, coproduzione tra Francia e Germania - le riprese vennero effettuate a Baviera e in Austria nel corso del 1954 -, di cui Duvivier ha girato due versioni entrambe 
in bianco e nero (una in francese con attori francesi, e un'altra in tedesco, intitolata semplicemente "Marianne", con attori tedeschi), accomunate dalla storia, dalle scenografie e dalla presenza dell'attrice Marianne Hold -, punto di riferimento di Matsumoto per la creazione di Maetel ["Maisha", nell'edizione italiana della serie tv] in Galaxy Express 999 -, una dei pochi componenti del cast ad apparire in entrambe le versioni del film, interpretando sempre il ruolo di Marianne, dando così l'impressione che il suo personaggio resti identico anche se alle prese con attori e personaggi diversi solo apparentemente (a questo link, il confronto tra le due versioni); dettaglio che può aver avuto molta influenza su Matsumoto e sulla sua volontà di riproporre i suoi personaggi principali (Harlock, Maetel, Emeraldas/Esmeralda), calandoli in contesti diversi, mantenendone però costante il loro aspetto fisico e psicologico.


Link alla seconda e ultima parte dell'articolo:

http://alemontosi.blogspot.it/2014/01/marianne-de-ma-jeunesse-lo-strano-caso_11.html

Per altre informazioni su Capitan Harlock:

La prima serie tv: http://alemontosi.blogspot.it/2013/08/capitan-harlock-il-pirata-spaziale.html

Il manga Gun Frontier: http://alemontosi.blogspot.it/2013/07/django-e-lo-spaghetti-western-nei.html

4 commenti:

  1. molto interessante, ora leggo il resto

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  2. grazie per il tuo prezioso contributo

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  3. Questa sì che è una scoperta per me... Ora capisco il riferimento del titolo dell'OAV "L'Arcadia della mia giovinezza"!
    Già sai quanto apprezzi le tue esplorazioni nella storia del cinema che svelano il background (talvolta insospettabile) delle opere dei mangaka.
    Questo articolo è anche un'occasione per riflettere sul carattere ideologico di certa critica (che va storicizzato, come tu lasci ben capire, nel contesto di una politica degli autori piuttosto rigida all'epoca). Io non sono una paladina della rivalutazione a tutti i costi, ma la serie di Don Camillo di Duvivier s'inserisce nella sfera del buon cinema popolare dell'epoca (penso anche all'opera di Marcel Pagnol, per restare in Francia) che oggi non è invecchiato così male ed anzi è rimasto impresso nell'immaginario collettivo (per fare un esempio, un famoso cabaret-ristorante di Parigi si chiama proprio Don Camilo - con una "elle" sola. E, nel rispetto della par condicio, troviamo anche un bar Pépone Café!).

    E ora passo alla seconda parte...

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    1. Barbara, grazie per le informazioni sui locali parigini dedicati a Don Camillo e Peppone. Bello che anche in una città così importante ci sia spazio per ricordare questi personaggi, a dimostrazione di quanto siano importanti per l'immaginario collettivo francese e italiano!
      Già, i due Don Camillo di Duviviver meriterebbero senz'altro più attenzione e rispetto da parte della critica cinematografica!

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