lunedì 6 maggio 2019

Il fumetto e Gianni Rodari: la sua prefazione al libro "I Giornaletti" (1971) di Sergio Trinchero e Giorgio Salvucci



I Giornaletti. Primo Volume 1899-1944 (pubblicato da Edizioni Revival nel 1971), è un importante libro curato da Sergio Trinchero (a molti noto per la sua collaborazione in Rai con Nicoletta Artom, iniziata col programma Gli eroi di cartone e culminata con l'esordio della serie animata giapponese Atlas Ufo Robot - Goldrake in Italia) e dal giornalista Giorgio Salvucci, sulle origini e sull'evoluzione del fumetto in Italia, realizzato con l'aiuto di Romano Calisi (fu consultata la sua collezione della testata Il Novellino), e arricchito da un'interessante prefazione curata da Gianni Rodari (1920-1980), della quale si fornisce di seguito la trascrizione.


(fonte)

Prima di riportare le parole di Rodari con cui si apre I giornaletti, è importante raccontare l'origine di questo volume auto-prodotto, attraverso il seguente estratto dal libro autobiografico Vita col fumetto (edito nel 1983 da L'Oasi Editoriale) di Sergio Trinchero, dal quale emerge il ruolo svolto da Luciano Pinelli - regista e ideatore dei programmi Rai degli anni '70 Gli eroi di cartone e Mille e una sera, dedicati al mondo del fumetto e dell'animazione internazionale - nel coinvolgimento di Rodari per I giornaletti:

Praticamente c'è sempre stata, in me e Salvucci, la voglia di portare a compimento il progetto di Giorgio: un'antologia di tutte le testate dei "giornaletti". Editori, in quel momento, non ne abbiamo per le mani, né, desideriamo oltre alle difficoltà di scrivere e di realizzare il libro, affrontare le solite estenuanti trattative, i condizionamenti e i compromessi imposti da estranei. Così, nel 1971, con un preventivo approssimativo, ci inventiamo una "edizioni revival" e ci lanciamo nell'avventura. Salvucci mi fornisce, giorno per giorno, oltre ad una scheda anagrafica della "testata", una scaletta dei personaggi e delle storie contenute nei giornali. Le solite maledette "scadenze" ci impongono un programma. In autobus, magari, o in treno, o al bagno, o in ufficio, ma dovrò scrivere almeno un capitolo al giorno. (...)
"I giornaletti" è un testo che manca e che dovrà restare. Mi prefiggo una sorta di "romanzo italiano", a più piani, sullo sfondo del quale scorrono le vicissitudini editoriali del fumetto. Una lettura "trasversale" narrerà la vita felice oppure grama dei "giornaletti", scandita dagli avvenimenti storici del nostro Paese.
Articolo di Carlo Scaringi che attinge al libro I Giornaletti di Trinchero e Salvucci
Dal Radiocorriere TV n. 42, 1978
Ogni sera telefono a Salvucci e gli leggo il nuovo capitolo (Devo avergli fatto freddare chissà quante cene!). Al 56° giorno, sono vicino all'esaurimento nervoso. La realizzazione tipografica purtroppo è ancora più artigianale dei due volumi precedenti [Trinchero si riferisce ai suoi due primi saggi sul fumetto: I miei fumetti (1967) e I fumetti (1968), quest'ultimo realizzato insieme a Rinaldo Traini]. In copertina, appare il giovane "strillone" disegnato da [Alex] Raymond sull'"Affare Marten" di [Agente Segreto] X-9, ingrandito da Gabriella Peyrot, una ricercatrice che dà una mano alla rubrica televisiva "Gli eroi di cartone" e si diletta di fotografia (ricordo le "strappate" notturne di Gabriella, in motocicletta, diretti a casa del regista Pinelli. Mentre le ruote slittano sul ghiaccio, penso che devo essere proprio matto a rischiare la vita per i cartoni animati!). Le illustrazioni risultano grigiastre. Per contro, vantiamo una prefazione "storica", firmata da Gianni Rodari, "il Christian Andersen italiano". Seguo il consiglio di Luciano Pinelli che mi dice: "Sergio, stavolta in questo libro devi avere la presentazione di una personalità della cultura, per esempio, un Rodari". Telefono a "Paese Sera" dove lavora il noto poeta e favolista e due giorni dopo sono a casa sua, una vecchia casa a Via di Villa Pamphili "allagata" di libri dalle illustrazioni meravigliose, "piovuti" da tutto il mondo. Rodari ci farà la prefazione, anche se si rammarica che "I giornaletti" finiscano nel 1944, senza il "suo" "Pioniere", il giornaletto di ideologia comunista che ha visto la luce nel 1949 [il numero 1 è però datato 3 settembre 1950 ed è consultabile gratuitamente a questo link].
(cfr. Vita col fumetto, pag. 51-53)
Il Pioniere n. 1, settembre 1950
(fonte)

Si riporta di seguito la trascrizione integrale dell'introduzione firmata da Gianni Rodari, intitolata "Scheda numero zero" (pag. III - VII):

Questa che si presenta non è l'anagrafe di tutti i giornali per ragazzi comparsi in Italia da quando la stampa è stata inventata, o almeno da quando l'invenzione ha scoperto (molto tardi, con l'aiuto del "secolo dei lumi" e della rivoluzione industriale) il pubblico dei ragazzi. In realtà, i giornalini dell'Ottocento appartengono, più che alla preistoria, alle specie scomparse: agli antichi romani possiamo interessarci tutti, ma l'uomo di Neanderthal interessa solo agli specialisti. Sergio Trinchero e Giorgio Salvucci non sono specialisti di letteratura infantile, ma appassionati di fumetti. Appassionati veri però: dunque anche archeologi dei fumetti, filologi dei fumetti. Sono i tecnici a cui ci rivolgeremmo se, dovendo rispondere alla televisione a domande sui fumetti, volessimo essere messi in grado di guadagnare qualche centinaio di milioni. Personalmente loro non ci pensano: appunto perché si interessano ai fumetti, non ai milioni.
Per il loro schedario dei giornali per ragazzi essi hanno scelto un criterio discriminante: il ruolo, volontario o involontario, diretto o indiretto, che hanno sostenuto nella storia italiana del fumetto. Perciò la storia di quello che essi chiamano "giornalinismo", comincia, per loro, l'undici febbraio del 1904, cioè il giorno in cui sbarcò in Italia il primo eroe dell'universo in cui si parla per nuvolette: era Yellow Kid [esordì negli USA nel 1895] e lo ospitava il "Novellino" di Yambo [pseudonimo di Enrico Novelli]. Bizzarro fenomeno di attrazione tra due "ipsilon" molto distanti tra loro. La storia si ferma, e lo schedario si conclude (speriamo provvisoriamente) in piena seconda guerra mondiale, in coincidenza con la forzata eclissi di [Flash] Gordon e Mandrake, vittime della censura fascista perché concittadini del presidente Roosevelt.
L'esordio di Flash Gordon in Italia, su L'Avventuroso nel 1934
(fonte)
Prima del 1904, dunque, il vuoto. Dopo la guerra, una proliferazione vertiginosa di titoli, di personaggi, di generi, che per ora gli autori non se la sono sentita di affrontare. Effettivamente, sarebbe meno complicato fare l'anagrafe di un formicaio. All'interno dei confini, cinquantasei schede forniscono la carta d'identità di altrettante testate e di ciascuna una storia proporzionata al suo peso, alla sua funzione, alle questioni suscitate dalle sue scelte, eccetera. Così, accanto a svelti ritrattini che dicono l'essenziale e l'utile in poche righe, troviamo profili più estesi e sfaccettati e alcuni veri e propri saggi (cito per tutti quello su "Topolino"). La sorpresa, via via che si procede nella lettura, è costituita dalla scoperta che una storia dei "giornalini" e del modo come i fumetti li sono venuti conquistando, può, se tiene d'occhio tutte le sue implicazioni, diventare l'abbozzo, la "scaletta" - per usare un'espressione familiare anche agli sceneggiatori di fumetti - di un avvincente romanzo storico e ideologico a più piani. Un Thomas Mann in vena di commedia, piuttosto che di tragedia, non avrebbe difficoltà a incuriosirsi del soggetto.
Topolino, n. 1 dell'edizione Nerbini (1932)
(fonte)
Le vicende che si intrecciano non sono né poche né noiose. Sullo sfondo si agita la perenne lotta dei ragazzi contro il pedagogo che vorrebbe dettare le sue leggi alla loro fantasia. Sono i ragazzi in ultima analisi, che determinano l'irresistibile ascesa o la decadenza e caduta di personaggi, giornali, imperi editoriali. Essi scelgono, in apparenza, ciò che loro più piace. Ma più probabilmente scelgono ciò di cui più hanno bisogno. Se a una letteratura infantile arcadica, edificante, predicatoria, nozionistica, preferiscono il giornalino, non è per pigrizia. Se nel giornalino rifiutano le reincarnazioni di quella letteratura per puntare con fredda decisione sul nuovo, non è per amor della moda. Se adottano "L'Avventuroso" di [Mario] Nerbini a preferenza del "Balilla" di Stato non è per spirito antinazionale (non ci pensano neanche), ma perché li seduce, e sempre li sedurrà, il sano internazionalismo della immaginazione. E non c'è niente da fare: i ragazzi cresciuti con "Rin-Tin-Tin", con "Cino e Franco", con "Il monello" e con "L'intrepido" (quello vero, quello spaventoso, che già conteneva i germi mortali del fotoromanzo rosa e del fumetto nero) si ritroveranno nelle file della Resistenza, a ridere di Mario Appelius che sull'"Aquilone" [Il "Giornale di Propaganda Aeronautica per la Gioventù d'Italia"] chiamava "debolezze volanti" le "fortezze volanti" americane. Non per merito dei giornalini, ma perché un ragazzo prende da ciò che legge e che guarda niente di più di ciò che egli vuole, e per costruire la propria personalità adopera materiali di sua stretta e privatissima scelta, e sa distinguere perfettamente tra vacanza e impegno.
L'Aquilone n. 1, gennaio 1931
(fonte)
Una delle trame del romanzo propriamente detto è rappresentata dalla lotta degli editori, che è in realtà una lotta su più fronti: contro la tradizione del giornalino "istruttivo-educativo", cioè noioso, che essi non avversano per attaccamento - mettiamo - a un ideale autonomistico, ma semplicemente perché non si vende; contro la censura di Stato (fascista) che difende con ottusa ostinazione i confini di una cultura provinciale, e alla quale essi oppongono le loro varie astuzie non perché siano antifascisti, ma - di nuovo - perché il "personaggio di Stato" non si vende; e finalmente tra di loro, per accaparrarsi il meglio della produzione fumettistica mondiale, i migliori disegnatori italiani, la fetta più grossa di un mercato nascente, di cui i più avveduti indovinano le proporzioni che potrà prendere, i milioni di copie che frutterà in un paese semivergine come l'Italia, dove intere regioni debbono ancora essere conquistate dalla scolarizzazione e al consumo della carta stampata.
Il Corriere dei Piccoli nel 1911
(fonte)
Una lettura trasversale delle schede permetterà di riconoscere le varie fasi di quella lotta. Se il "Corriere dei Piccoli" si accaparra i comics americani, il torinese [Emilio] Picco farà suoi i francesi, [Lotario] Vecchi si butterà sugli inglesi, Nerbini tornerà in America ma non più per importarne i Fortunelli [riferimento al personaggio Happy Hooligan, noto in Italia come "Fortunello" o "Fortunino"], i Bibì e Bibò, bensì la grande avventura poliziesca e fantascientifica, Gordon Flash, l'Agente Segreto X-9, L'Uomo mascherato [Phantom], Terry dei pirati [aka "Terry e i pirati"]. Nerbini tenterà il gran colpo anche con la ditta Disney, ma sarà battuto, su questo terreno, da Mondadori: il più adatto per la grande alleanza con quello straordinario industriale della fantasia che fu il padre di Paperino.
Phantom, l'Uomo Mascherato
Numero 1 della prima edizione italiana di Nerbini risalente al 1937
(fonte)
Ma non è meno complicata la lotta che gli eroi dei fumetti sono costretti a condurre in prima persona per imporsi in un paese sospettoso che li costringe, appena sbarcati, ad abbandonare i loro nomi, a staccarsi dalla bocca la nuvoletta, per presentarsi nella cornice di vignette castigate ed edulcorate, commentati da quartine di versi ottonari. Buster Brown deve subire l'umiliazione di un nomignolo bamboleggiante come Mimmo Mammolo. Il Napoleon di [George] Mc Manus deve rinunciare agli echi di gloria e d'impero che lo circondano per camuffarsi da casalingo Cirillo [il riferimento è al fumetto statunitense "The "Newlyweds" poi divenuto "The Newlyweds and their Baby", incentrato su una famiglia con un figlio chiamato Napoleon]. I personaggi avventurosi, se non altro, conservano più o meno il loro nome e sfuggono decisamente all'ottonario, dovendosi tuttavia accontentare di didascalie descrittive nelle quali il fumetto si nasconde, pudico e rispettoso della sintassi.
Buster Brown, in versione originale
Illustrazione per un biglietto di S. Valentino
(fonte)
Quando la vittoria sui travestimenti e i compromessi sembra sicura, e il trionfo è vicino, il ministero della cultura popolare (il Minculpop [attivo dal 1937 al 1944]) vibra il suo colpo mortale contro i fumetti, nemici dell'Asse, quinte colonne della "demogiudobolscevicoplutocrazia". E vane risulteranno le ultime difese: la patetica resistenza di Mandrake che, pur di restare in Italia senza passaporto, rinuncerà alla "kappa" anglosassone e si farà chiamare "Mandrache" (che si pronuncia come si scrive). Eppure qualche merito storico avrebbero ben potuto rivendicarlo, i fumetti, dal momento che erano stati addirittura in trincea, nel Diciotto, su "La Tradotta" [1918-1919], della Terza Armata, redattore capo Renato Simoni...
1935: Mandrake in Italia mantiene il nome originale
Edizioni Nerbini
(fonte)
Durante il fascismo Mandrake divenne "Mandrache"
Edizioni Nerbini
(fonte)
La Tradotta, n. 7, maggio 1918
(fonte)
In un romanzo italiano non può mancare il lato ecclesiastico. Esso è rappresentato dal "Giornalino" della Società San Paolo e, più vistosamente e problematicamente, dal "Vittorioso", lanciato come il tentativo di un fumetto "educativo" e "nazionale" (ma, in proposito, si veda come Trinchero e Salvucci contino le pulci politiche al giornalino cattolico).
Alle trame principali s'intrecciano tante piccole storie: quella, per esempio, delle fortune e sfortune di Antonio Rubino [1880-1964], del quale siamo in molti ad essere convinti (inutile convinzione, ormai) che se avesse lavorato in una cornice meno ristretta di quella offertagli dall'industria italiana e dal nostro cinema, non avrebbe faticato a raggiungere la fama di un Walt Disney [un ricordo di Rubino scritto da Trinchero è disponibile in questa pagina del blog]. Come una meteora passa, tra gli altri, il nome di Cesare Zavattini, e il ricordo del suo "Saturno contro la terra" [pubblicato dal 1936 al 1946]. Un uomo curioso come Zavattini non poteva veder nascere il mondo dei fumetti senza metterci naso e mano. Tra gli appassionati è vivo il rimpianto per la fretta con cui Zavattini passò ad altre curiosità: l'impero dei fumetti non gli ha fatto gola abbastanza, altrimenti sarebbe stato suo.
Autoritratto del 1930 di Antonio Rubino

Il fumetto di fantascienza a cui partecipa Cesare Zavattini
(fonte)
La presentazione in corso sta forse per dare l'idea di una specie di archivio, fitto di informazioni, di note di costume, di allusioni al contesto dei tempi ma, in fin dei conti, separato dal mondo d'oggi e dalle questioni che non siano di storia e di filologia. Il lettore attento non avrà certamente questa impressione. Il richiamo allo stato attuale della discussione sui fumetti è continuo, e in questa discussione la posizione degli autori non è evasiva né clandestina.
Essi non evitano l'analisi ideologica del fumetto: su questo terreno, anzi, si dichiarano d'accordo con le conclusioni della mostra organizzata dagli studenti di Parma sotto il titolo "Nero a strisce: la reazione a fumetti" [tenutasi nel 1971], da cui dissentono solo per aspetti marginali. Essi vedono, cioè, dove e quando e perché anche nel mondo del fumetto si sono insinuati i veleni del nostro tempo: il razzismo, il militarismo, lo spirito del fascismo, e - su un altro versante - la fantasticheria consolatoria, eccetera. Vedono e se ne dispiacciano: ma come un padre che si dispiacesse di certe brutte tendenze manifestate dal figliolo, a cui non cessa di voler bene, che tenta di distogliere dalle cattive compagnie. Ci sembra di capire, per altro, che le loro distinzioni e i loro giudizi non si fondano su una tavola di "valori morali", e non che meno di valori letterari. Quanto a questi ultimi, discuterne a proposito del fumetto sarebbe pertinente come discutere del telefono a proposito della Divina Commedia. Gli autori lasciano perdere la discussione sul "genere" e fanno benissimo, perché non può portare da nessuna parte. Essi colgono invece con nettezza, quasi per istinto, la differenza tra fantasia e fantasticheria. La fantasia è sempre morale, e non ha bisogno di predicare la virtù per esserlo. La fantasticheria è sempre immorale, ha sempre qualcosa di morboso. Il fumetto "nero", come il fotoromanzo "rosa", sono figli della fantasticheria. Trinchero e Salvucci sono convinti che la fantasia non possa avere figli malati. I fumetti che mostrano di preferire hanno una cert'aria inconfondibile di salute, sia che operino sul versante del comico, sia che operino su quello dell'avventuroso.
Personalmente penso che i fumetti siano per i ragazzi quello che per gli adulti sono i libri gialli o le parole crociate: un esercizio fine a sé stesso, cioè un gioco. E questo mi sembra un motivo sufficiente perché se ne possa parlare tanto seriamente.
GIANNI RODARI

Gianni Rodari
(fonte)

P.S. Si segnala che all'interno di questo blog sono inoltre disponibili le trascrizioni delle prefazioni scritte da René Clair per il libro I Primi Eroi (edito da Garzanti nel 1962 e 1965; la prefazione di Clair si trova a questo link) e da Cesare Zavattini per i volumi A Z comics (EK, 1969, link) e Almanacco di nostalgia (L'Oasi Editoriale, 1982, link), quest'ultimo realizzato da Sergio Trinchero. Si ricorda, inoltre, la presenza in questa pagina del blog, della traduzione italiana dell'introduzione che Walt Disney scrisse per il libro francese Le dessin animé - Histoire, esthétique, technique (1948) di Joseph-Marie Lo Duca.

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