giovedì 14 maggio 2020

Il documentario statunitense "We Heard the Bells: The Influenza of 1918" (2010) sulla pandemia della "spagnola"



Durante l'emergenza legata alla pandemia del Covid-19 (Sars-CoV-2, o più comunemente noto come "coronavirus"), dal passato è riaffiorato il ricordo della cosiddetta "influenza spagnola" (nota a livello internazionale come "Spanish flu" o "1918 Flu Pandemic"), la pandemia diffusasi a livello mondiale all'incirca tra il 1918 e il 1919. Alla rievocazione di quanto accadde negli USA durante l'influenza spagnola, è dedicato il documentario statunitense We Heard the Bells: The Influenza of 1918 (traducibile come "Noi ascoltammo il suono delle campane: L'Influenza del 1918", prodotto nel 2010, durata circa 57 minuti), diretto da Lisa Laden e purtroppo attualmente inedito in Italia, sebbene sia consultabile gratuitamente e legalmente all'interno di archive.org.


Dal quotidiano L'Unità del 27/10/1985

Prima dell'arrivo della pandemia del Covid-19 nel 2020, l'influenza spagnola rappresentava un argomento poco trattato e discusso, sia in Italia, sia in molti altri paesi del mondo. Per approfondirne la conoscenza si riporta un estratto dall'articolo di Eugenia Tognotti "Nascondete la Spagnola, deprime lo spirito pubblico" (pubblicato sul quotidiano La Stampa il 25/04/2003), dove viene spiegato come avvenne il graduale mutamento di percezione internazionale dell'epidemia, che fu inizialmente considerata "solo" molto contagiosa ma non grave, per poi rivelarsi una vera e propria piaga responsabile della morte di numerose persone a livello globale:

Estremamente contagiosa, ma non grave, aveva messo a letto milioni di spagnoli. (...) Essendo un paese neutrale, non operava qui la censura di guerra che altrove, in particolare in Italia, vietava ogni notizia capace di "deprimere lo spirito pubblico". Fu per questo che Spagna diede il suo nome alla malattia. Una cosa grottesca, commentava, al tempo, un brillante giornalista, Ugo Ricci che con lo pseudonimo di Triplepatte teneva una seguitissima rubrica sul Mattino di Napoli: "Ma perché i patologi non si decidono a battezzarla scientificamente? Quell'appellativo di febbre spagnola col quale la lasciano girare per il mondo è ormai ridicolo" [a volte è infatti indicata anche come "febbre spagnola", "grippe spagnola/spagnuola", o "crudele morbo" in vari testi o nelle lapidi delle vittime italiane della pandemia].
La pandemia influenzale del 1918 indicata come "febbre spagnola"
Dal vol. 1 dell'enciclopedia Guida Sanitaria, Gruppo Editoriale Walk Over, 1985
Da Lugano (Svizzera), estate 1918
(fonte)
Lapide di una vittima italiana dell'influenza spagnola
La malattia è qui indicata come "crudele morbo"
(fonte)
Quando Ricci scriveva queste righe era settembre: passata, senza troppi danni, l'influenza aveva fatto la sua ricomparsa quasi contemporaneamente in diverse parti del mondo, arrivata forse dalla Cina, sostenevano alcuni contemporanei. In Italia - dove l'esercito era impegnato nell'ultima fase della guerra che si sarebbe conclusa con Vittorio Veneto - le autorità tennero nascosti i primi inquietanti casi [d']influenza, accompagnati da congestione polmonare e da broncopolmoniti. Quando però, il 22 agosto, nel campo d'istruzione del 62° Fanteria, si registrarono 13 morti sui 500 dei 1600 uomini che si erano ammalati, il ministro dell'Interno, da cui dipendeva la Sanità, si decise a inviare a tutti i prefetti un telegramma nel quale ammetteva che la malattia si stava diffondendo in Italia. La malattia, precisava, "colpiva preferibilmente vie respiratorie, tendendo a localizzarsi nei polmoni" e non mancavano casi con "sintomatologia abnorme". Il riferimento era all'infezione pneumonica fulminante [polmonite] con gravissime manifestazioni emorragiche, che talora conducevano alla morte in poche ore.
Avvertimento delle complicazioni dell'influenza "spagnola" in polmonite
Dal documentario
L'influenza, che stava cominciando a terrorizzare il mondo, si presentava in pieno benessere: la persona colpita cominciava a bruciare di febbre (39-40) e ad avvertire fastidi alla gola, stanchezza, mal di testa, dolori agli arti. Se la maggior parte dei colpiti vedeva svanire la sindrome morbosa entro qualche giorno, alcuni, dopo una breve illusione di guarigione, andavano incontro a complicazioni. Rare quelle cerebrali e gastroenteriche, soprattutto tra gli adulti. Le più frequenti erano a carico di quello respiratorio. A settembre - nonostante il silenzio imposto dai prefetti ai giornali sul numero dei morti - le notizie sull'escalation della misteriosa malattia passavano di bocca in bocca, insieme a immagini che provocavano sgomento e orrore: il sangue dal naso, dovuto alla permeabilità dei capillari lesi dalle tossine, l'inquietante colorazione violetta della pelle e delle mucose, la fame d'aria e i rantolii degli ammalati.
Pazienti della "spagnola"
Dal documentario
Le rubriche più seguite, sulla Stampa e sul Corriere della Sera, erano quelle dello Stato Civile che rivelavano una delle caratteristiche della Spagnola: il suo privilegiare i giovani adulti, in un'età compresa tra i 15 e i 40 anni. Ne aveva trentotto il poeta Guillaume Apollinnaire, falciato dal terrificante morbo. Invano le autorità sanitarie, in ogni parte del mondo, si affannavano a impedire gli assembramenti, perché la malattia sembrava camminare con il respiro degli uomini: scuole, cinema, teatri furono chiusi. I funerali, che comportavano una pericolosa prossimità con i congiunti dei malati, furono proibiti, mentre i parroci ebbero l'ordine di disinfettare le panche delle chiese e i confessionali.
Cinema chiusi durante la pandemia di "influenza spagnola"
Dal documentario

Ordine di chiusura di scuole, cinema, teatri, chiese e altri luoghi pubblici
Si tratta del lockdown effettuato per contenere l'epidemia di "spagnola" negli USA
Dal documentario
I medici furono invitati a indossare vestaglie e mascherine. I giornali straripavano di catechismi igienici: lavarsi le mani, non viaggiare sugli autobus, non telefonare [ricorrendo alle cabine telefoniche pubbliche], sciacquarsi la bocca con collutori vari, tra cui l'economico aceto. A Torino un manifesto del sindaco raccomandò una rigorosa pulizia con sublimato al 5 per mille di sale d'aspetto, ambulatori, sportelli d'ufficio, spogliatoi, refettori.
"Rimedio" contro l'influenza "spagnola" pubblicizzato nel 1918
Ovunque campeggiava il cartello "Non sputare" e strade e piazze erano immerse in un puzzo intollerabile di disinfettanti che i contemporanei avrebbero per sempre associato alla Spagnola. Le pubblicità sui giornali invitavano a comprare eleganti sputacchiere tascabili e una miriade di rimedi che comprendevano acqua di colonia, polveri, pozioni, distillati, mentre ritornavano alla ribalta, come ai tempi del colera, ciarlatani, empirici, guaritori d'ogni risma. Ogni giorno compariva la notizia di un "rimedio infallibile": dall'aglio all'acido fenico, dal chinino ai sallicici, dai sieri di convalescenti ai metalli colloidali, per finire con una serie di droghe portati alla ribalta - lamentava un clinico - "da uno sciocco empirismo". Se non esisteva nessuna cura davvero efficace, milioni d'ammalati non riuscirono neppure a vedere un medico, nel tracollo, provocato dalla guerra, della struttura di medicina pubblica.
Cartello inglese che invita a non sputare sul pavimento
Dal documentario
Quando l'epidemia - che in poche settimane aveva attraversato come un uragano l'intero pianeta, giungendo perfino in Alaska - stava cominciando a declinare, i ricercatori giunsero finalmente a stabilire che a provocare la Spagnola non era stato un batterio - l'Haemophilus influenzae, isolato nel 1892 - ma un "virus ultrafiltrabile" che in tutto il mondo aveva contagiato un miliardo di persone e causato venti milioni di morti (fino a 40 secondo le voci più pessimistiche). In Italia - il secondo Paese più colpito in Europa - i contagiati furono 5-6 milioni e i morti 375 mila secondo alcune stime e 500-600 mila secondo altre.
(cfr. l'articolo Nascondete la Spagnola, deprime lo spirito pubblico, di Eugenia Tognotti, La Stampa, 25/04/2003)
L'articolo di Eugenia Dognotti pubblicato sul quotidiano La Stampa

Per quanto riguarda le opere cinematografiche ispirate alla pandemia provocata dalla cosiddetta "influenza spagnola" e ambientate in quel periodo storico (1918-1919), si è trovata notizia di un film ungherese di fantascienza
 ambientato in Europa durante la prima guerra mondiale, intitolato A Transzport (1981), il cui regista è András Szurdi, in precedenza collaboratore di Peter Watkins per il film britannico fanta-documentaristico The War Game (1966, inedito in Italia) incentrato sul tema delle ipotetiche conseguenze dello scoppio di una bomba atomica in Gran Bretagna durante una guerra nucleare.

Locandina del film ungherese A Transzport (1981)

Trafiletto ungherese dedicato al film A Transzport
(fonte)

Nel film A Transzport, proiettato in Italia al Festival internazionale del film di fantascienza di Trieste (attivo dal 1963 al 1982, sostituito a partire dal 2000 dal Trieste Science+Fiction Festival) nel 1981 con il titolo "Il trasporto", viene lasciato intendere che la pandemia di "influenza spagnola" fosse dovuta alla creazione artificiale del virus da parte di medici - appartenenti all'esercito di una nazione imprecisata, ma belligerante - alla ricerca di un'arma batteriologica, inizialmente testata sui prigionieri di un campo di concentramento, ma poi responsabile della diffusione di un'epidemia che coinvolge sia i prigionieri, sia i carcerieri di quel campo.



Articolo del quotidiano La Stampa dedicato al film ungherese A Transzport
Pubblicato in data 06/07/1981

Accantonando questi risvolti fantascientifici e di finzione narrativa, bisogna dunque rivolgere l'attenzione al documentario We Heard the Bells per avere accesso a informazioni e testimonianze storicamente attendibili sulla pandemia dell'influenza spagnola avvenuta nel secolo scorso, poiché il documentario presenta diverse interviste a sopravvissute o a figlie di superstiti alla pandemia influenzale, nonché a medici che hanno svolto delle ricerche scientifiche su di essa, tra i quali il noto immunologo statunitense Anthony Fauci, membro mediatico di spicco della task force scientifica dedicata alla gestione dell'epidemia di Covid-19 negli USA, che nel documentario cita l'importanza della strategia del "distanziamento sociale", adottata da alcune città statunitensi durante la diffusione della pandemia di "influenza spagnola", chiudendo le scuole e altri edifici pubblici, vietando le manifestazioni pubbliche, in particolare in seguito a quanto accadde a Philadelphia tra la fine di settembre e l'inizio di ottobre 1918. Secondo i dati forniti dal documentario, le vittime della "spagnola" negli USA furono circa 675.000, cioè cinque volte di più il numero dei soldati statunitensi uccisi nel corso della prima guerra mondiale.


Anthony Fauci nel documentario We Heard the Bells

Tra le varie testimonianze raccolte nel documentario We Heard the Bells è utile iniziare citando quella di Priscilla Reyna Jojola (residente a Taos Pueblo e figlia di padre indiano nativo d'America),
che fornisce la spiegazione del titolo. La donna parla di sua madre - all'epoca una bambina di 11 anni -, la quale non ha mai dimenticato come nel suo villaggio, durante la diffusione della "spagnola", la campana della chiesa suonasse ogni giorno per segnalare la notizia della morte di un abitante del villaggio. Quel particolare suono riservato unicamente alla comunicazione dei decessi, per lei come per altri superstiti della "spagnola", divenne così terribile da rimanerle impresso per tutto il resto della sua vita.


Racconto di un testimone spagnolo dove si menziona il traumatico suono delle campane
Da La Stampa del 24/10/2005

Il suono delle campane legato all'annuncio della morte di qualcuno, nel corso del documentario è ricordato anche da Alberta Lente, da sempre residente a Isleta Pueblo (Nuovo Messico), area abitata principalmente da nativi americani, cioè da indiani d'America. Durante la diffusione della "spagnola" a Isleta Pueblo, il padre della donna faceva da interprete tra il medico (che, secondo i ricordi di Alberta Lente, probabilmente proveniva dalla città di Albuquerque, a circa 20 km da Isleta Pueblo) e i molti abitanti del villaggio (in particolari quelli più avanti con l'età) che non sapevano parlare inglese, cercando di fare visita in
 tutte le abitazioni, lavorando dal mattino fino a tarda notte. Ogni giorno venivano seppelliti i morti, come segnalato dal suono delle campane che si ripeteva continuamente dal mattino alla sera, a causa dei molteplici e continui decessi.


La chiesa di Isleta Pueblo
Foto tratta dal documentario

Tra le testimonianze presenti in We Heard the Bells, è segnalato anche un altro suono traumatico legato alla "spagnola". A farne menzione è Carmen Trujillo Portillo, che aveva 4 anni quando la pandemia influenzale colpì il Trujillo Ranch a Mimbres (Nuovo Messico), dove viveva con la sua famiglia. In quel periodo i decessi erano talmente numerosi e rapidi da non avere nessuna cerimonia funebre, poiché non c'era possibilità di garantire un servizio funebre dignitoso a ciascuno di loro. Ci si limitava pertanto, superando molte difficoltà, a seppellirli dentro alle bare, che dovevano essere continuamente preparate per la sepoltura. Il suono dei martelli che piantavano i chiodi nelle bare, fu udito ripetutamente da Carmen Trujillo da bambina, che assistette personalmente alla preparazione delle bare, sebbene le apparissero come delle "scatole" contenenti delle persone, rendendosi pienamente conto solo anni dopo di ciò che aveva visto coi propri occhi, quando assistette nuovamente a delle cerimonie funebri. Nella sua zona, durante la pandemia, gli stessi abitanti adulti non capivano perché tutto ciò accadesse così velocemente e perché quella malattia fosse così pericolosa, poiché erano completamente all'oscuro delle informazioni necessarie per comprendere la reale portata e la reale natura dei drammatici eventi che li coinvolsero, nonché degli adeguati rimedi da adottare per evitare il diffondersi del contagio.



Preparativi delle bare di legno usando i martelli
Dal documentario

Per quello che invece riguarda le grandi città americane, secondo quanto indicato dalla voce narrante del documentario, inizialmente quando nel 1918 i loro abitanti sentirono parlare di questa nuova "influenza", essi pensarono che si trattasse della solita influenza invernale e che quindi non ci fosse nulla di esageratamente pericoloso da temere. A farli ricredere ci pensò non solo l'elevato numero di vittime, ma il fatto che furono soprattutto giovani adulti ad ammalarsi e a morire
. In proposito fu particolarmente rilevante quanto accadde a Philadelphia, in seguito a una parata militare (Liberty Loan parade) organizzata a sostegno della raccolta di finanziamenti pubblici da destinare alle truppe alleate coinvolte nella prima guerra mondiale. La parata si tenne il 28 settembre 1918 (se ne possono visionare delle immagini nel video inglese presente a questo link), e vide la partecipazione di circa 200.000 persone. Secondo questo articolo inglese del Daily Mail, nelle 72 ore successive alla parata, gli ospedali di Philadelphia (31 secondo questo articolo di History.com) furono presi d'assalto e si raggiunse rapidamente la cifra di 2.600 morti a causa della "spagnola". L'intera città fu poi messa in quarantena a partire dal 3 ottobre, imponendo la chiusura dei luoghi pubblici (il cosiddetto "lockdown" o "shutdown") e l'annullamento degli eventi pubblici, effettuando così il "distanziamento sociale", ma suscitando le critiche giornalistiche di parte della stampa dovute alla preoccupazione per la diffusione del terrore e del panico nella popolazione, mentre le vittime della pandemia in città raggiunsero la cifra di circa 12.000. La cronaca dettagliata dei giorni seguenti alla parata del 28 settembre a Philadelphia, è disponibile in questo articolo inglese del sito web Philly Voice.


Ritaglio di un articolo di giornale in cui si parla delle conseguenze della parata a Philadelphia
Dal documentario

Preparazione delle fosse comuni a Philadelphia
Dal documentario

Da sottolineare come, nell'immaginario collettivo, la città di Philadelphia sia solitamente associata ad epidemie e malattie anche per via del più celebre film dedicato all'AIDS, intitolato per l'appunto Philadelphia (1993).


Vhs italiana del film Philadelphia (1993) di Jonathan Demme

Tornando alla pandemia di influenza "spagnola", gli eventi accaduti a Philadelphia servirono come esempio negativo da non seguire per la città di Saint Louis, dove, durante l'ottobre del 1918, si decise più rapidamente di vietare ogni evento pubblico e fu imposta la chiusura di molti luoghi, per evitare il diffondersi della malattia nella popolazione, contenendo così il diffondersi dell'epidemia, come mostrato nel seguente grafico, pubblicato dal New York Times, che mette a confronto l'andamento della diffusione della "spagnola" nelle città di Philadelphia e Saint Louis durante il 1918.



1918: confronto tra la diffusione della "spagnola" nelle città di Philadelphia e Saint Louis
(fonte)

Tabella con le città statunitensi col maggior numero di vittime dell'influenza "spagnola"
Dal documentario

A Philadelphia viveva con la propria famiglia una delle testimoni intervistate nel documentario We Heard the Bells, Reba Haimovitz, figlia di persone immigrate negli USA dalla Romania. Essa si ricorda di come entrambi i suoi genitori e due sue sorelle contrassero la "spagnola", e di quanta desolazione e tristezza avvolgesse la città in quel periodo, a causa delle strade deserte e delle persone che rimasero chiuse in casa, spaventate dal fatto che la malattia potesse uccidere molto rapidamente. I famigliari di Reba Haimovitz le hanno infatti raccontato di un loro giovane vicino di casa che videro rientrare dal lavoro, per poi venire a conoscenza della sua morte il pomeriggio seguente.



Foto di Philadelphia durante il lockdown nel 1918
Dal documentario

Malgrado la pericolosità della malattia, ci furono comunque persone che non rinunciarono ad assistere i malati, come raccontato nel documentario dall'afroamericana Florence Parks. Lei e la sua famiglia a Baltimora furono messi in quarantena perché sua madre si ammalò, ma come altre persone del suo quartiere furono assistiti nei giorni della malattia da una donna chiamata Kissy Thornton, la quale riuscì a prendersi cura di quelle persone senza esserne contagiata, secondo i ricordi di Florence Parks.

Foto d'epoca a Baltimora nella comunità afroamericana durante la "spagnola"
Dal documentario

Avviso di una casa con gli abitanti messi in quarantena
Dal documentario

Un'immagine di Kissy Thornton, come lasciato intendere dal montaggio del documentario

Da El Paso (Texas), invece, proviene la testimonianza di Maria Prats Gomez, la quale contrasse l'influenza "spagnola" quando aveva 10 anni, senza mai dimenticare da allora i dolori e le allucinazioni derivanti dalla febbre alta provocata da quella malattia. In quel periodo, come ricordato dalla Gomez, le scuole, gli edifici pubblici e ogni altro luogo furono chiusi per due o tre settimane, applicando il "distanziamento sociale" per limitare la diffusione dell'epidemia.



Maria Prats Gomez da bambina
Dal documentario

Foto d'epoca di El Paso
Dal documentario

Il patologo svedese Johan Hultin parla delle sue ricerche in Alaska
Dal documentario

Come già accennato in precedenza, l'epidemia della "spagnola" negli USA arrivò perfino in Alaska, colpendo anche i più remoti e piccoli villaggi, come quello di Brevig, dove, molti anni più tardi, si recò il patologo svedese 
Johan Hultin (nato nel 1924), in cerca di tracce del virus della "spagnola", per poterle isolare e studiare in laboratorio. La ricerca del virus da parte di Hultin è raccontata da lui stesso nel documentario We Heard the Bells e in Italia fu riassunta nel 1998 in un articolo del quotidiano La Stampa, dal quale si fornisce il seguente estratto:
È vero che il virus è sotto chiave e non può scappare, a meno di un improbabile incidente o di un altrettanto remoto blitz terroristico, ma Hultin è angosciato dalla possibilità molto più concreta che un suo gemello spunti da qualche parte nel mondo e riprenda la sua danza macabra. Questa paura gli è germogliata tanto tempo fa, nel 1949, e spinse Hultin a trasferirsi dalla Svezia negli USA, all'università dell'Iowa. E rapidamente è diventata un'idea fissa che non l'ha più abbandonato. (...) L'idea gliela diedero proprio all'Iowa University: bisognava cercarlo nei tessuti polmonari delle vittime e le uniche vittime ancora analizzabili erano quelle sepolte nel gelo eterno del permafrost.

Targa commemorativa nel cimitero di Brevig (Alaska) delle vittime della "spagnola"
72 abitanti di Brevig morirono in 5 giorni nel novembre 1918
Dal documentario
Hultin contattò preti luterani e paleontologi e due anni dopo [nel 1951] individuò un villaggio in Alaska che faceva al caso suo. Si chiamava Brevig, nella Penisola Seward, e nel 1918 fu spazzato via: la "spagnola" si prese in una settimana 72 degli 80 abitanti, come risultava dai dettagliati archivi parrocchiali. Ottenne un po' di dollari, i permessi necessari e si mise a scavare con il cuore in gola nella fossa comune in cui erano stati gettati gli "appestati". Sedici ore di lavoro al giorno, da solo, a colpi di piccone, spezzando pezzo dopo pezzo un suolo che si doveva prima ammorbidire con grandi falò, finché emersero cinque corpi perfettamente conservati.
1951: Johan Hultin scava nel cimitero di Brevig
Foto presente nel documentario
"Lavorai senza tregua per un mese e mezzo su tutti i campioni", ha raccontato al "New York Times", ma il frigorifero naturale dell'Alaska non aveva prodotto il miracolo tanto sperato. "Anche il virus era morto".
Sconfitto, Hultin si trasferì in California. Per 46 anni fece il patologo, tenendosi stretto il suo sogno-incubo, giusto per dare un senso alla vita e soprattutto alla vecchiaia. E per renderla meno noiosa si era abbonato alla rivista "Science", la rivista di divulgazione scientifica. L'anno scorso, a marzo, l'occhio gli cadde sull'articolo di un professore dell'Istituto di patologia cellulare di Washington, Jeffery Taubenberger: parlava della "spagnola" e delle nuove ipotesi sulla sua origine suina. Non solo. Spiegava - e a questo punto Johan Hultin sentì un groppo in gola - che il professore aveva inventato una tecnica per isolare i virus da tessuti gravemente compromessi: dopo averla applicata per capire le origini di un'epidemia che aveva massacrato migliaia di delfini, l'aveva trasferita su una serie di campioni tratti da soldati americani fulminati dalla Grande Influenza e conservati nell'archivio biologico dell'Istituto.
Dal documentario
Ci sono voluti 70 tentativi, ma alla fine frammenti del responsabile della "spagnola" - ribattezzato H1N1 - sono emersi dai polmoni annegati in formalina di Roscoe Vaughan, un ventunenne colpito in South Carolina nel maledetto 1918.
Chiuso "Science", Hultin ha telefonato a Washington e qualche mese dopo, ad agosto [1997], era di nuovo a Brevig, di nuovo a scavare, stavolta aiutato da un gruppo di ricercatori, perché a 71 anni il permafrost è troppo tenace per essere sfidato in solitudine. E anche stavolta in questo insperato viaggio nel tempo il cacciatore si è imbattuto nel cadavere di una donna, non più una conturbante bruna ma un'obesa di mezza età, a cui ha rubato in nome della scienza i polmoni infetti.
1997: i nuovi scavi nel cimitero di Brevig, supervisionati da Johan Hultin
Foto tratta dal documentario
Contemporaneamente, Taubenberger ha continuato la sua ricerca e ha trovato il terzo indizio, proveniente da un altro soldato, un trentenne deceduto a Camp Upton, nello Stato di New York, tre giorni dopo i primi sintomi. "A questo punto - ha spiegato - l'obiettivo è tracciare al più presto la sequenza genetica completa del virus". Quando la sua carta d'identità sarà completata, si capirà quanto diverso, o simile, sia il killer del '18 rispetto ai camaleontici fratelli minori, quelli che ogni anno, trasformandosi, si accontentano di infliggere tosse e febbre.

(cfr. l'articolo All'inseguimento del virus, di Gabriele Beccaria, La Stampa, 03/03/1998; si segnala che è disponibile sul sito dei Centers for Disease Control and Prevention [CDC] a questo link, un accurato resoconto in lingua inglese delle ricerche di Hultin e dei successivi esami condotti in laboratorio per ricostruire e studiare il virus della "spagnola")
Foto d'epoca degli abitanti del villaggio di Brevig in Alaska
Dal documentario

Nel documentario, inoltre, Hultin ci tiene a ricordare e a ringraziare in particolare due donne di Brevig: Jenny Olanna e Rita Olanna. In quel villaggio vigeva un'organizzazione sociale di tipo matriarcale ed erano appunto le donne più anziane a influenzarne l'amministrazione e ad avere potere decisionale. Hultin ebbe l'autorizzazione a scavare nel cimitero di Brevig grazie al permesso a lui accordatogli prima da 
Jenny Olanna (sopravvissuta alla "spagnola") nel 1951 e successivamente dalla nipote Rita Olanna nell'agosto 1997.


Rita Olanna e Johan Hultin nel 1997
Dal documentario

In conclusione, si segnala che in 
We Heard the Bells vengono citate anche le pandemie influenzali avvenute nel 1957-1958 (si tratta della "asiatica", sulla quale è disponibile un servizio giornalistico italiano d'epoca dell'Istituto Luce visionabile a questo link), nel 1968 ("influenza di Hong Kong", arrivata in Italia nel 1969-1970, dove fu soprannominata "influenza spaziale", sulla quale è anch'esso disponibile un servizio giornalistico d'epoca dell'Istituto Luce reperibile a questo link), e nel 2009 (influenza A/H1N1), poiché ai tempi della realizzazione del documentario era già nota agli scienziati statunitensi la possibilità dello scoppio di un'ulteriore e pericolosa pandemia globale influenzale, come infatti è accaduto nel 2020 con il Covid-19.


Pandemia "asiatica" del 1957-1958 in Australia, Siria e Iraq
Dal documentario
Pandemia "spaziale" o di Hong Kong del 1968-1970
Dal documentario
Pandemia A/H1N1 del 2009
Ricordo delle tre pandemie influenzali (1918, 1957, 1968) del '900
Articolo pubblicato su L'Unità in data 15/12/1989

P.S. Si segnala la puntata del programma Rai Il tempo e la storia dedicata all'influenza spagnola e trasmessa per la prima volta da Raitre il 29/06/2016, visionabile in questa pagina del sito di Rai Play.



Il titolo del documentario

N.B. Sul blog è disponibile a questo link un approfondimento sul film Guerra al virus (aka "Il grande gelo", titolo originale: "And the Band Played On", 1993) di Roger Spottiswoode, dedicato alla storia delle ricerche scientifiche negli USA e in Francia sull'epidemia di AIDS nei primi anni '80.

L'effetto traumatico provocato da un suono o da un rumore è stato trattato anche in questo articolo del blog dedicato al documentario 11/9 (titolo originale: "9/11") realizzato dai fratelli francesi Jules e Gèdéon Naudet e dal vigile del fuoco James Hanlon, sugli attacchi terroristici alle Torri Gemelle (Twin Towers) di New York l'11 settembre 2001.

Nessun commento:

Posta un commento

Per informazioni sulla gestione della privacy degli utenti che decidono di postare un commento su questo blog, si rimanda a questa pagina del blog:
https://alemontosi.blogspot.it/p/cookie-privacy-e-policy.html